OCCHIO, SPAZIO E MEMORIA RIFLESSI DI UN ETERNO RITORNO DEL METAFISICO

di Giuseppe Cipolla

Spazio, luce, ordine. Sono cose di cui gli uomini hanno bisogno, come hanno bisogno di pane o di un posto per dormire. Così diceva Le Corbusier.

Come è cambiata la percezione dello spazio durante il lockdown? I nostri occhi si sono ritrovati improvvisamente a muoversi in una labirintica clausura in luoghi chiusi che eravamo abituati a vedere in contesti e da prospettive del tutto differenti. Come è cambiata la nostra anima in relazione allo spazio che ci circonda? E non ci riferiamo soltanto agli spazi interni, alle nostre abitazioni, al nostro abituare l’occhio e la mente ai vari ambienti di una casa – o all’unico possibile ambiente condiviso come per molti sfortunati. Pensiamo anche a come è cambiata la percezione dello spazio esterno, le piazze dei centri storici svuotati, strade desolate, distese di spiagge e lungomari spogli e ripopolati da uccelli. Architettura, occhio, piazza, uccello. Quattro parole che, appena accostate, fanno balzare subito alla memoria immagini e riflessioni che rimandano a echi concettuali di natura vagamente metafisici. Al riguardo mi sovvengono alcune suggestioni sul tema dell’occhio e il suo rapporto con lo spazio, con la memoria in un intricato innestarsi di concatenazioni che vanno da Odilon Redon ad Alberto Savinio e Fabrizio Clerici, da Maurice Nadeau a Leonardo Sciascia.

Si potrebbe partire proprio dalle suggestioni di alcuni scritti di quest’ultimo per un ragionamento sulla percezione dell’architettura dall’interno come spazio irreale, folle, labirintico. Tra il 1972 e il 1973 Fabrizio Clerici stava lavorando a un ciclo pittorico sul tema dell’occhio, dello sguardo, dello Huidjat, che nei miti egizi è simbolo dell’occhio umano e dell’occhio di falco (in opere quali Memento per Giovanni a Patmos, 1972; o Ottica zodiacale II, 1973). Opere che, assieme ad altre, saranno presentate alla prima mostra palermitana di Fabrizio Clerici presso la Galleria “La Tavolozza”, voluta e presentata da Sciascia. Nel saggio introduttivo al catalogo, dal titolo Clerici e l’occhio di Redon, è già contenuta tutta la visione sciasciana sul tema occhio-architettura come espiazione. Lo spunto di partenza sono le incisioni incentrate sul tema dell’occhio del pittore simbolista.

L’esistenza  – dice Sciascia – si è come distillata ed essenzializzata nel nero e nel bianco; del mondo reale altro non resta, nella retina, che la fosforica memoria di un ordine e di una logica spaziale in cui si iscrivono le cose di una vita sommersa, di una sommersa morte.

Improvvisamente l’opera di Redon apre tutto uno spiraglio sul come muta la percezione degli spazi architettonici se visti dall’interno e per giunta dalla prospettiva di un singolo bulbo oculare gettato al suo interno. La logica del visibile si è messa al servizio dell’invisibile (detta anche «logica immaginativa»).  In effetti non altro che questo era per Redon l’architettura: e più che a conferire, come lui credeva, l’illusione della realtà all’irrealtà, gli serviva anzi ad aggiungere irrealtà all’irrealtà. Tutto considerato, niente è più irreale dell’architettura, sopraggiunge Sciascia:  il labirinto, la torre di Babele e il parco Guell s’appartengono ai suoi miti e alle sue realizzazioni. Tra Minosse e Gaudì, nella storia dell’architettura come espiazione, per dirla approssimativamente. E divampa nel nostro tempo che si crede non mistico, ma folle. La definizione di Le Corbusier – «quando una costruzione canta è un’architettura» – andrebbe bene se l’architettura avesse due dimensioni (o, come la scultura, tre non vuote): ma ne ha tre da abitare; e da dentro nessuna costruzione canta. Si direbbe anzi che il concetto della inabitabilità, o dell’abitare come pena, come condanna, appunto nasca da quest’arte e scienza degli spazi da abitare: ai tempi di Minosse e ai nostri. E ci pare sia da ascrivere a questo significato la leggenda, stabilitasi in molte carceri, dell’architetto suicida di fronte alla realizzazione della sua opera, cioè del penitenziario: che è una presa di coscienza, provocata da una condanna esplicita e oggettivata nel rimorso dell’architetto, della inabitabilità in senso lato.

Come non pensare, di rimando, all’inabitabilità di tante costruzioni delle periferie italiane, di agglomerati di palazzi stipati dove milioni di persone hanno trascorso la loro quarantena, hanno dovuto espiare, da dentro come da fuori, la colpa di una architettura da penitenziario, appunto?

Redon aveva fatto studi d’architettura; e architetto era Fabrizio Clerici. Ciò che li accomuna è forse questo guardare le cose, lo spazio architettonico al servizio dell’invisibile, fenomeno possibile soltanto per occhi che sanno guardare oltre il silenzio o il rumore stridente dei muri, che tutto è tranne che musica.

Questo ragionamento sulla percezione giocata sul binomio visibile/invisibile prosegue poi con una precisazione: la pittura simbolista, surrealista, metafisica è piena di piazze e viali, di porticati e colonnati, di bivii e quadrivii; ma l’occhio che li assume, l’occhio da cui le linee si dipartono o vi confluiscono – l’occhio di De Chirico, di Savinio, di Magritte, di Delvaux – è fuori, in una precisa collocazione. L’occhio di Redon è invece dentro le architetture, dentro le costruzioni che non cantano ma imprigionano, senza una precisa collocazione: come un pipistrello (sic!) volteggia e batte da una parete all’altra; da un angolo all’altro, da questo a quell’oggetto (che può anche essere un volto umano, disumano o transumano). E diciamo l’occhio, qui, non solo per dire il punto di vista, ma propriamente l’occhio: il bulbo oculare, la pupilla, il cristallino, la cornea, il nervo, i muscoli, le ciglia…

Mentre in Clerici – secondo la visione sciasciana – avviene come uno sdoppiamento e una metamorfosi. C’è l’occhio-punto di vista di Piero della Francesca e di Magritte, un occhio che irraggia e raccoglie le più minuziose e ossessionanti prospettive; e c’è l’occhio-pipistrello di Redon: a volte scoperto e sezionato come in una tavola anatomica; a volte mimetizzato pietrificato, che si finge pietra tra le pietre delle rovine; altre volte ancora che si accende come carbonchio, sprigionando un dritto raggio di morte, che va ad esplodere e ad accecare un altro occhio, nelle teste di quei simulacri di animali mitici e sacri che stanno in una specie di «conversazione» indecifrabile e senza tempo.

Secondo questa suadente interpretazione che ricongiunge l’occhio nella sua duplice natura fisiologico-euclidea e immaginativa (inconscia, l’occhio interiore, l’occhio freudiano) con lo spazio sia reale che visionario, sull’asse figurativo simbolismo-metafisica-surrealismo, si può cogliere una riflessione universale che ritorna attualissima. Sarà forse un caso che la città ideale del Rinascimento – quello straordinario dipinto di respiro pierfrancescano (la celeberrima “pittura di luce” longhiana) sorto per il Palazzo Ducale di Urbino – sia totalmente priva della presenza umana, sia così precocemente anticipatrice di fantasmiche e metafisiche sensazioni?

E come non ripensare a uno dei quadri più belli di Clerici: Il sonno romano, uno dei più stendhaliani, dove il sonno e il sogno romano (simbolista, metafisico, surrealista che sia); l’invisibile che si dispone nella logica del visibile; le cose di dentro che si specchiano nelle cose di fuori; le cose senza storia nelle cose della storia – ci mostrano quella onirica «promenade dans Rome» che assume sempre più un tono universalmente perenne.

Forse aveva ragione Maurice Nadeau quando nella sua Storia del surrealismo affermava che: «lo stato d’animo surrealista, meglio sarebbe dire il comportamento surrealista, è eterno». Ogni volta che l’uomo volta le spalle alla realtà e ritrova dentro di sé gli antichi terrori, l’antico Dio, vive un momento surrealista o metafisico o come lo si voglia nominare. La storia della letteratura e dell’arte è piena di momenti simili: anche in scrittori ed artisti che non voltavano le spalle alla realtà, anche in epoche che sembrano totalmente votate al reale. Una sorta di epifania che pertiene alla percezione visiva che è al contempo mentale, dell’anima, di fronte allo spazio circostante, mai come adesso densa di significato. E ci sarebbe tutto un discorso da affrontare oggi sul tema dello sguardo, del guardare senza vedere, senza capire, senza immaginazione. Ma al momento ci contentiamo di questo breve riflesso di un certo stato d’animo che Nadeau diceva eterno e che di tempo in tempo assumeva nomi diversi e che Sciascia riscopre in alcuni sprazzi dell’arte novecentesca. L’eterno ritorno ciclico di certi stati d’animo di portata globale, oggi dovrebbero far riflettere, finché ci sarà spazio per l’occhio riguardante, per la Memoria (la maiuscola è d’obbligo).

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