{"id":748,"date":"2020-06-28T19:50:00","date_gmt":"2020-06-28T17:50:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/?page_id=748"},"modified":"2020-06-28T19:57:17","modified_gmt":"2020-06-28T17:57:17","slug":"mani-che-si-stringono-immenso-dossier-romanzesco-sentire-aptico-parte-prima","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/mani-che-si-stringono-immenso-dossier-romanzesco-sentire-aptico-parte-prima\/","title":{"rendered":"\u00abMani che si stringono &#8211; immenso dossier romanzesco\u00bb*: sentire aptico, parte prima"},"content":{"rendered":"\n<p style=\"text-align:center\"><strong>di Valentina Bartalesi<\/strong><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img loading=\"lazy\" width=\"492\" height=\"372\" src=\"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/01-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-749\" srcset=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/01-1.jpg 492w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/01-1-300x227.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 492px) 100vw, 492px\" \/><figcaption>R. Bonvie, <em>Dialog<\/em>, 1973. Courtesy dell\u2019artista<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">Esistono, o possono esistere, forme molteplici di resistenza. La pandemia di Covid-19 ha imposto globalmente limitazioni, richiedendo un ripensamento radicale della nostra quotidianit\u00e0. Le cartografie che ci avviamo ora ad immaginare timidamente, nell\u2019incertezza di un tempo virale, sono per certi versi ancora ibride, localizzate nella virtualit\u00e0 apparentemente illimitata di uno schermo piuttosto che tra gli strati della realt\u00e0 atmosferica. Il distanziamento sociale, locuzione che coglie correttamente il punto, ma che non evidenzia sufficientemente le modalit\u00e0, ci ha messo di fronte all\u2019impossibilit\u00e0 di un contatto <em>fisico<\/em> con l\u2019altro.  Ci\u00f2 che il virus tuttavia non ha potuto inibire \u00e8 l\u2019<em>immaginazione <\/em>del contatto con l\u2019altro. Una ben magra consolazione, si dir\u00e0: ed in effetti \u00e8 increscioso controbattere, tentando di offrire valide argomentazioni per rendere meno amara la rinuncia. Tuttavia, \u00e8 pur vero che la qualit\u00e0 che spesso viene associata all\u2019amata o all\u2019amato, non concerne immediatamente il contatto materiale, dalla radice latina di contactus\/contingere ovvero \u201ctoccare\u201d, quanto la sua controparte proibitiva, la sua natura di veto. L\u2019essere amato \u00e8, in prima istanza, l\u2019intoccabile e l\u2019intangibile. Riscontrare come tali caratteri possano descrivere il rapporto che si instaura tra noi e l\u2019opera d\u2019arte, sovente oggetto di un godimento cerebrale, contemplativo e disincarnato, potrebbe non essere fortuito: lasciamo momentaneamente in sospeso la questione. Per tornare alla vitalit\u00e0 negativa del contatto, cito una passaggio tratto da una densissima analisi di Jacques Derrida sul tatto in Jean-Luc Nancy, che mi pare colga in modo impareggiabilmente elusivo il nodo della questione: tra eccesso e mancanza del toccare, scrive Derrida, si annida l\u2019\u00abimpossibile sublimit\u00e0 del tatto, la macchinazione diabolica dell\u2019amore, quando detta la rinuncia infinita\u00bb (J. Derrida, <em>Toccare Jean-Luc Nancy<\/em>, Marinetti, 2019, p.). Siamo nel regno delle rinunce e delle macchinazioni luciferine, che si sospettano essere autoimposte. L\u2019immaginazione tattile, viscerale, del contatto con l\u2019altro, pu\u00f2 trovare riscontro nel termine \u201captico\u201d, che non casualmente titola il paragrafo da cui ho tratto la citazione di Derrida. Si tratta di un termine polisemico, spesso assente dai vocabolari, come gi\u00e0 notava Marco Belpoliti in un bell\u2019articolo uscito su \u201cDoppiozero\u201d (M. Belpoliti, <em>Touch<\/em>, in \u201cDoppiozero\u201d, 27 maggio 2017), che assume connotazioni differenti a seconda dell\u2019ambito disciplinare che si decide di privilegiare. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img loading=\"lazy\" width=\"306\" height=\"439\" src=\"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/02-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-750\" srcset=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/02-1.jpg 306w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/02-1-209x300.jpg 209w\" sizes=\"(max-width: 306px) 100vw, 306px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img loading=\"lazy\" width=\"329\" height=\"385\" src=\"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/03-2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-755\" srcset=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/03-2.jpg 329w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/03-2-256x300.jpg 256w\" sizes=\"(max-width: 329px) 100vw, 329px\" \/><figcaption>H. Nagasawa, <em>Oro di Ofir (con mano)<\/em>, 1971. Courtesy dell&#8217;Artista<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">A fronte di questa complessit\u00e0, sceglierei una definizione per certi versi atipica e parziale, ma credo eloquente. Ad esergo del catalogo della collettiva <em>Aptico. Il senso della scultura<\/em>, curata da Jole de Sanna presso il Museo del paesaggio di Verbania nell\u2019estate del 1976, si legge una definizione corale formulata dalla stessa de Sanna insieme a Luciano Fabro, Hidetoshi Nagasawa e Antonio Trotta che recita: \u00abUna scultura \u00e8 l\u2019immagine che un artefice suscita nella materia secondo fini e modi ispirati dalla sua idea e senso. La scultura tiene chi la vede per la carne: questa unione forma un senso ulteriore, il senso aptico (apto = toccare, aderire, unire, legare, insieme), il senso della scultura. Il breve saggio-catalogo, che ripercorre sagacemente la storia della scultura da Fidia sino agli anni Settanta, reca in copertina un dettaglio del <em>Ratto di Proserpina<\/em> di Bernini (1621-1622), fornendo un exemplum da manuale per la comprensione del sentire aptico. Un <em>close-up<\/em> in scala di grigi inquadra la mano di Plutone che affonda le dita nella coscia di Proserpina: sotto la pressione dei polpastrelli, la pelle marmorea della dea si screzia in una costellazione di concavit\u00e0. L\u2019effetto Pigmalione pu\u00f2 dirsi compiuto, il marmo appare morbido come la pelle e forse ancor di pi\u00f9, la superficie propaga il lucore tipico del burro. L\u2019esempio portato restituisce l\u2019aspetto pi\u00f9 carnale e sensuale dell\u2019aptico, senza tuttavia esaurirne le potenzialit\u00e0. Perch\u00e9, come giustamente nota Micla Petrelli \u00e8 egualmente necessario stressare le qualit\u00e0 del tatto quando esso agisce <em>in absentia<\/em>, ovvero non coinvolgendo il \u00abcorpo aggettante delle cose\u00bb, ma riscoprendo \u00abla sua vocazione a rappresentare il conoscere analitico\u00bb (M. Petrelli, <em>Tatto. Un senso intelligente tra processi percettivi e esperienza estetica<\/em>, in \u201cPiscoart\u201d n.5, 2015). Integrerei il postulato di Petrelli ampliando la conoscenza dall\u2019analitico all\u2019emozionale.  La sequenza iniziale di un celeberrimo film viene in nostro aiuto per  meglio visualizzare entrambi i momenti della percezione aptica.   <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img loading=\"lazy\" width=\"642\" height=\"232\" src=\"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/04-3.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-756\" srcset=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/04-3.jpg 642w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/04-3-300x108.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 642px) 100vw, 642px\" \/><figcaption>I. Bergman, <em>Persona<\/em>, 1966<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\"><br> <em>Persona <\/em>di Ingmar Bergman del 1966 si apre con una sequenza tra le pi\u00f9 incisive della storia del cinema. Di particolare interesse risulta la sinossi dell\u2019ultimo minuto della medesima introduzione. Un bambino si gira tra le lenzuola di un letto-feretro, sfogliando le pagine di <em>Un eroe del nostro tempo<\/em> di Lermontov (1840), per poi sollevarsi e avanzare verso di noi: con un\u2019espressione indecifrabile, esplora con il palmo delle mani la superficie dello schermo cinematografico: pare toccarci. Tramite il montaggio, il punto di vista viene poi istantaneamente ribaltato, cos\u00ec che lo spettatore si scopre immerso nello spazio filmico. I frames che seguono sono altamente indicativi. Ripreso di spalle, il bambino procede nella sua meticolosa esplorazione, sfiorando con le dita la superficie di uno schermo sul quale si alternano i volti di due donne, in un arditissimo primo piano. I personaggi versano nel pi\u00f9 completo anonimato: le mani del bambino percorrono con ritmica acribia i lineamenti dei volti femminili, destinati ad alternarsi in un progressivo effetto di sfocatura. Per adottare un termine caro a Giuliana Bruno ci troviamo dinnanzi ad una \u201ccartografia\u201d del manchevole e ad una possibile visualizzazione del sentire aptico, che potrebbe essere sintetizzato nell\u2019avvertirsi visceralmente coinvolti nel toccare una mancanza.  Aptico e tattile non sono dunque sinonimi, bens\u00ec sussistono in un rapporto di estensione: l\u2019aptico ci coinvolge in quanto creature interamente epidermiche, in movimento e consapevoli della nostra posizione nello spazio. Siamo creature toccanti anche quanto non tocchiamo concretamente. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img loading=\"lazy\" width=\"386\" height=\"304\" src=\"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/05.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-757\" srcset=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/05.jpg 386w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/05-300x236.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 386px) 100vw, 386px\" \/><figcaption>K. La Rocca, <em>Le mie parole<\/em>, 1973. Courtesy dell\u2019artista<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\"> Un ulteriore caso di visualizzazione pu\u00f2 essere riscontrato nell\u2019opera<em> Le mie parole <\/em>(1973) di Ketty La Rocca. La Rocca mina alla radice la supremazia del logocentrismo, facendo collassare il significato nella paralogia e privilegiando la non verbalit\u00e0 del gesto. L\u2019aptico assumer\u00e0 allora una portata procedurale per l\u2019artista e per il corpo delle spettatore. Non solo perch\u00e9, osservando una fotografia di mani intrecciate ne ricostruiamo mentalmente lo \u00abschema motorio\u00bb, grazie all\u2019attivazione dei neuroni specchio (V. Gallese), ma perch\u00e9 l\u2019artista acuisce la dimensione materiale dell\u2019incontro tramite l\u2019impiego \u201ctoccante\u201d della calligrafia. La mano scrivente si comporta infatti come un dito, colmando letteralmente le pieghe della pelle e ripetendo in modo ossessivo uno <em>shifter<\/em> destinato ad assumere, a seconda del contesto, un significato differente: <em>you<\/em>. Sarebbe del resto riduttivo circoscrivere l\u2019aptico esclusivamente alle interazioni umane o alle peregrinazioni della mano. O meglio, lo si potrebbe fare, dotando la mano di vita propria ed inseguendola in preda alle sue memorie tattili e alla mancanza che avverte della sua \u201cpersona\u201d. E\u2019 ci\u00f2 che accade all\u2019incirca nello struggente film d\u2019animazione<em> J\u2019ai perdu non corps<\/em> (2019) di J\u00e9r\u00e9my Clapin, vincitore al Cesar 2020 dell\u2019omonima categoria con una narrazione potentemente introspettiva del corpo-frammento. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img loading=\"lazy\" width=\"642\" height=\"269\" src=\"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/06.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-758\" srcset=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/06.jpg 642w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/06-300x126.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 642px) 100vw, 642px\" \/><figcaption>J. Clapin, <em>J\u2019ai perdu mon corps<\/em>, 2019<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\"> Il punto, e arriviamo all\u2019argomento di un possibile secondo capitolo, \u00e8 che la materia, le tecniche di lavorazione e persino la modalit\u00e0 espositive possono stimolare la nostra sensibilit\u00e0 aptica. Cosa accomuna un dispositivo iPhone, le sculture di Jeff Koons e la depilazione brasiliana? Le suggestioni che potrebbero balenarci inconsciamente in mente sono riportate nero su bianco da Byung Chul-Han, ideatore della smussata triade, che individua il <em>fil rouge<\/em> nell\u2019 \u00abimpulso aptico\u00bb tipico della \u00absociet\u00e0 della positivit\u00e0\u00bb che rifugge ogni elemento negativo in favore di una \u00ablevigatezza\u00bb priva di screpolature (B.C. Han, <em>La salvezza del bello<\/em>, Nottetempo, Milano, 2019, p. 11). Nella proliferazione di immagini di cui siamo vittime e carnefici, nell\u2019istantaneit\u00e0 incessante di un tempo congelato nei confini di uno schermo, appare quanto mai necessario ricalibrare il nostro essere presenti, corporeamente presenti, nello spazio. Che rapporto pu\u00f2 esistere tra aptico, digitale e museologia? Nella speranza che su questo tema possa avviarsi un dialogo, prometto presto di fornire qualche possibile spunto.  <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img loading=\"lazy\" width=\"643\" height=\"361\" src=\"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/07.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-759\" srcset=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/07.jpg 643w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2020\/06\/07-300x168.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 643px) 100vw, 643px\" \/><figcaption>C. Henrot, <em>Grosse Fatigue<\/em>, 2013. \u00a9 Camille Henrot<br> Courtesy the artist, Silex Films and kamel mennour, Paris<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>* R. Barthes, <em>Frammenti di un discorso amoroso<\/em>, Einaudi, Torino, 1979, p. 57.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Valentina Bartalesi Esistono, o possono esistere, forme molteplici di resistenza. La pandemia di Covid-19 ha imposto globalmente limitazioni, richiedendo un ripensamento radicale della nostra quotidianit\u00e0. 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