{"id":2073,"date":"2025-08-30T13:02:56","date_gmt":"2025-08-30T11:02:56","guid":{"rendered":"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/?page_id=2073"},"modified":"2025-08-30T13:06:52","modified_gmt":"2025-08-30T11:06:52","slug":"limpero-nei-musei-storie-di-collezioni-coloniali-italiane","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/limpero-nei-musei-storie-di-collezioni-coloniali-italiane\/","title":{"rendered":"L\u2019Impero nei Musei. Storie di Collezioni Coloniali Italiane"},"content":{"rendered":"\n<h3 class=\"has-text-align-center\"><strong>di Costanza Fusi<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-media-text alignwide is-stacked-on-mobile\" style=\"grid-template-columns:33% auto\"><figure class=\"wp-block-media-text__media\"><img loading=\"lazy\" width=\"500\" height=\"700\" src=\"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Limpero-nei-musei.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2074 size-full\" srcset=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Limpero-nei-musei.jpg 500w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2025\/08\/Limpero-nei-musei-214x300.jpg 214w\" sizes=\"(max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/figure><div class=\"wp-block-media-text__content\">\n<p class=\"has-medium-font-size\">Beatrice Falcucci, <em>L\u2019Impero nei Musei. Storie di Collezioni Coloniali Italiane<\/em> <br>Pacini Editore, Pisa, 2025<\/p>\n<\/div><\/div>\n\n\n\n<p>Scrivere oggi una monografia dedicata alla storia della cultura materiale di origine coloniale nei musei italiani significa inserirsi nel vivo di quel dibattito sulla decolonizzazione che la vede essere allo stesso tempo soggetto, approccio, necessit\u00e0, funzione e rivoluzione all\u2019interno delle istituzioni culturali e della societ\u00e0 tutta.<\/p>\n\n\n\n<p>A livello globale, nei musei \u2013 e non soltanto quelli di origine antropologica o etnografica \u2013 prende sempre pi\u00f9 forza un\u2019estrema urgenza di includere sguardi e contesti plurali. In quello che \u00e8 un vero e proprio \u201claboratorio\u201d della decolonizzazione, si moltiplicano le proposte per un ampliamento delle pratiche legate alla memoria coloniale, che comprendano azioni e re-azioni sempre pi\u00f9 innovative e diversificate, sempre pi\u00f9 spesso invocando la sensibilit\u00e0 degli artisti e l\u2019aiuto di sfaccettate e poliedriche figure professionali. In questo contesto, con un rigore metodologico invidiabile, l\u2019autrice Beatrice Falcucci, nel volume <em>L\u2019Impero nei musei. Storie di collezioni coloniali italiane<\/em> (2025) recentemente pubblicato da Pacini Editore per la collana <em>Le ragioni di Clio<\/em> (diretta da Massimo Baioni e Fulvio Conti), si avvale della forza e della stabilit\u00e0 della pura ricerca storico-documentaria per regalarci un\u2019analisi, per la prima volta completa, delle eredit\u00e0 del colonialismo.<\/p>\n\n\n\n<p>Chiunque abbia tentato di definire ci\u00f2 che \u00e8 stato il colonialismo si \u00e8 posto interrogativi che, ancora oggi, difficilmente trovano risposte in ambito accademico. Vi \u00e8, nelle narrazioni attorno alla cultura materiale originaria del periodo coloniale, una complessit\u00e0 intrinseca: si parla di oggetti dalle molte facce, punibili di rappresentare un debito non saldato e un passato di cui non andare fieri, ma anche in grado di far emergere dinamiche fortemente riflessive e pratiche di auto-critica che senza la presenza di queste testimonianze sarebbero difficilmente approcciabili e che pongono quotidiane sfide per chi ne \u00e8 il detentore. La \u201cdecolonizzazione\u201d, suggerisce Vivian Ziherl (2021) nell\u2019articolo \u201cWhat do we talk about when we talk about decolonisation?\u201d in <em>Decolonising Museums<\/em>, sembrerebbe avere a che fare con lo sviluppo del concetto di una \u201cstoria anti-europea\u201d, oggi imprescindibile in quelle agende politiche che rivendicano autodeterminazione dal dominio coloniale, e strettamente connesso ai dibattiti europei che nel dopoguerra mettevano in discussione la legittimit\u00e0 degli imperi. Nel proporre una sua particolare revisione di questa narrazione, che ha come oggetto la cultura materiale coloniale nei musei italiani, la ricerca di Beatrice Falcucci si inserisce con delicatezza nell\u2019ampia cornice degli studi post-coloniali. Convivono infatti in queste pagine, alimentandosi a vicenda, discipline quali la museologia, la storia, l\u2019antropologia e gli studi di cultura materiale.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 che<em> L\u2019Impero nei musei <\/em>offre ai suoi lettori \u00e8 una storia del colonialismo italiano dal punto di vista espositivo, un\u2019impresa che nessuno aveva tentato per intero in precedenza, e che sembrava insormontabile. Poche iniziali definizioni e precisazioni terminologiche delimitano il campo d\u2019indagine del testo, che nasce come un progetto in s\u00e9 davvero ambizioso; scavando con pazienza e attenzione nelle fonti, esso rappresenta una delle pi\u00f9 dettagliate ricostruzioni delle vicende che hanno portato alla formazione, alla catalogazione, all\u2019esposizione delle raccolte coloniali africane oggi ancora conservate \u2013 ma non sempre esposte \u2013 nei musei della Penisola.<\/p>\n\n\n\n<p>Un testo come questo avrebbe dovuto essere pubblicato gi\u00e0 molti anni fa. Offrendo una narrazione di eccezionale profondit\u00e0, con la sua ricerca, Beatrice Falcucci \u00e8 in grado di riaprire e collegare tra loro orizzonti storici e culturali in parte dimenticati e a cui non sempre si \u00e8 dato il giusto peso. L\u2019autrice sembra infatti interessata ad imparare qualcosa (che poi con chiarezza e competenza trasmette a noi lettori), da quella parte della storia italiana che finora \u00e8 stata considerata quasi marginale, ma che, se ricostruita con occhio critico, permette di riflettere su alcune dinamiche fondamentali che descrivono la natura stessa del periodo coloniale nel nostro paese. Pi\u00f9 volte minimizzato o perfino nascosto dietro lo stereotipo che, rispetto alle altre grandi potenze coloniali, l\u2019Italia avesse un impero piccolo e quasi insignificante, il percorso dell\u2019Italia potenza d\u2019oltremare \u00e8 stato per anni escluso da molti studi sul colonialismo europeo. A livello sociale, questo ha permesso di nascondere, con esso, anche le brutalit\u00e0 e le sopraffazioni perpetrate.<\/p>\n\n\n\n<p>In questa cornice, l\u2019approccio scelto dal volume riparte, si potrebbe dire, dalla \u201csemplice\u201d ricognizione dei lavori degli storici e museologi sul colonialismo italiano, e riproduce passo dopo passo spazi e realt\u00e0 dell\u2019epoca attraverso la raccolta meticolosa \u2013 e la <em>cura<\/em> \u2013 del materiale documentario da cui trae spunto e nutrimento, per ampliarsi poi con riflessioni e analisi personali di lungo respiro. A venire in soccorso di questo approccio \u00e8 il filone di studi relativi alla \u201csocial life of things\u201d inaugurato da Arjun Appadurai nel 1986: una lente d\u2019ingrandimento puntata sulle prismatiche dinamiche sociali e storiche di cui la cultura materiale \u00e8 protagonista, grazie alla sua circolazione globale e al suo consumo. In accordo con questa metodologia di lavoro, il volume entra quindi nelle intricate trame della ricostruzione delle biografie e delle \u201ccarriere sociali\u201d degli oggetti conservati nei musei della Penisola, compito non facile, come sottolinea l\u2019autrice stessa, \u00abnon soltanto per la mancanza di documentazione, di archivi e registri d\u2019ingresso all\u2019interno dei musei stessi\u00bb (p. 368) ma anche per l\u2019inaccessibilit\u00e0 di molte collezioni private e allestimenti, a volte inesistenti o persino chiusi. Ciononostante, il volume gode di una approfondita ed esaustiva bibliografia. Peculiare \u00e8 la ricchezza davvero sorprendente di dettagli, restituiti con estrema chiarezza descrittiva e documentaria. Nelle pagine de <em>L\u2019impero nei Musei<\/em> l\u2019autrice ha infatti riportato alla luce documenti e cataloghi, carteggi, archivi, inventari di collezioni, guide di musei e testimonianze fotografiche degli allestimenti, ma anche fonti a stampa come i bollettini, i periodici d\u2019epoca, e le testate fondate in quel periodo, che hanno formato la coscienza comune. A circa un secolo di distanza, nonostante spesso lacunose o andate in parte perdute, queste testimonianze fanno emergere anche progetti e sogni mai realizzati da personaggiinfluenti e <em>controversi<\/em>, cos\u00ec come le idee contrastanti di un\u2019epoca \u2013 o, pi\u00f9 precisamente, di pi\u00f9 epoche \u2013 che, non sempre consapevolmente, cercava nel museo e nell\u2019esposizione una \u201ctrasposizione creativa\u201d della legittimit\u00e0 delle proprie convinzioni. Tra queste, la necessit\u00e0 dell\u2019impresa imperiale di espansione in Africa, l\u2019accaparramento delle ricchezze \u201cfittizie\u201d dell\u2019oltremare e i giudizi sull\u2019inferiorit\u00e0 dei colonizzati, con la pretesa di racchiudere un intero impero, un popolo, un territorio, in una singola sala.<\/p>\n\n\n\n<p>Molti gli elementi di interesse del testo, che affiorano dalle approfondite ricerche che l\u2019autrice porta avanti ormai da anni. Forte di una formazione storica e antropologica rilevante (con esperienze di ricerca presso prestigiose istituzioni internazionali e una tesi di dottorato in Storia contemporanea, conseguita all\u2019Universit\u00e0 di Firenze, vincitrice del <em>Premio Fondazione Spadolini<\/em> nel 2021), Beatrice Falcucci \u00e8 in grado di osservare, con curiosit\u00e0 e spirito critico, l\u2019intreccio inestricabile tra la costruzione della nazione italiana e il periodo dell\u2019espansione coloniale.<\/p>\n\n\n\n<p>Da questa ricerca emergono connessioni, fusioni e relazioni complesse del paese con la sua identit\u00e0 culturale: un caso, quello italiano, che vede la crescita e la determinazione dell\u2019identit\u00e0 della nazione molto legata allo studio delle colonie, della cultura materiale originaria di quei territori, e della loro flora e fauna stesse (di cui l\u2019autrice fa un\u2019ampia ricognizione, riportando nel testo anche le storie di variegati erbari coloniali e orti botanici). Uno studio che andava di pari passo con lo sviluppo della disciplina etnografica italiana e dell\u2019antropologia, utilizzate spesso come strumenti necessari per rendere pi\u00f9 efficace il dominio coloniale. Si sottolinea infatti, in queste pagine, la rilevanza politica degli studi antropologici, colonna portante del discorso coloniale ottocentesco, che giustificava posture di superiorit\u00e0 e mostrava una natura propagandistica, ben evidente nelle modalit\u00e0 di trasmissione e interpretazione delle immagini, degli oggetti e delle pratiche. Un\u2019antropologia che lavorava alla creazione di <em>immaginari<\/em> per stimolare la curiosit\u00e0 popolare, fruibili da diversi pubblici e capillarmente distribuiti nei musei della Penisola.<\/p>\n\n\n\n<p>Al centro del lavoro di Falcucci vi \u00e8 la convinzione che la \u201crete\u201d di collezioni coloniali italiane possa essere letta e interpretata \u00abcome un \u201carchivio performante\u201d di inter-visualit\u00e0 coloniale\u00bb (p. 38). E i musei, che ne sono i depositari, spazi che sono stati prima luoghi di detenzione del sapere <em>positivo<\/em> e poi simboli della nazione, pertanto, come possibili chiavi di lettura di tutte quelle discipline e linguaggi che alla loro storia si sono intrecciati, per assolvere a compiti scientifici e soprattutto, come gi\u00e0 accennato, propagandistici e identitari. Degli oltre cento musei italiani in cui sono conservate raccolte provenienti dalle ex colonie africane, l\u2019autrice ha sapientemente costruito una mappatura. Attraverso circa un secolo e mezzo di museografia, la comparazione delle collezioni dei musei nascenti e una ricognizione di liste di oggetti con le relative provenienze (coloniali e non), Falcucci ripercorre anche la pluri-disciplinariet\u00e0 della cosiddetta \u201cscienza coloniale\u201d, la progressione delle \u201cscienze geografiche\u201d nel paese, i rapporti da sempre strettissimi dell\u2019Italia con il mare che la circonda e quelli che si svilupparono con le colonie, sia a livello politico che culturale.<\/p>\n\n\n\n<p>La monografia affronta cos\u00ec l\u2019intricato processo di formazione delle collezioni coloniali, evidenziando il carattere ambiguo e pervasivo delle raccolte \u2013 e con ci\u00f2 l\u2019intrinseca difficolt\u00e0 nel definire quali siano considerabili tali \u2013 e riflettendo sul loro significato e sugli usi pubblici che ne sono stati fatti in passato, e che in molti casi permangono ancora oggi. Scrive Beatrice Falcucci: \u00abspesso i musei e le collezioni si possono descrivere come <em>anche<\/em> coloniali, oltre che dedicati alla guerra, all\u2019antropologia o alle raccolte civiche\u00bb (p. 33). Patrimonio difficile (e\/o non desiderato, e quindi a volte rimosso) della museografia italiana, le collezioni provenienti dalle ex colonie e territori occupati in Africa (Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia) mostrano, usando le parole di Giulia Grechi (2021), le sopravvivenze degli assetti coloniali all\u2019interno dei musei contemporanei. Come si sottolinea pi\u00f9 volte nel testo, l\u2019esporre coloniale pu\u00f2 essere presentato infatti come \u00abun fenomeno \u201csfumato\u201d, ma anche estremamente pervasivo e sfaccettato: se la penetrazione del \u201ccoloniale\u201d in collezioni di diverso tipo appare evidente, altrettanto chiara risulta la \u201ccollezionabilit\u00e0\u201d delle colonie\u00bb (p. 33). Si crea per questo motivo un\u2019interazione circolare tra i due concetti, che vede gli oggetti materiali essere strumenti narrativi centrali nella costruzione dell\u2019identit\u00e0 nazionale italiana e nel consolidamento dell\u2019idea imperiale.<\/p>\n\n\n\n<p>Gi\u00e0 nelle riflessioni di Sarah Dudley (2010) in <em>Museum Materialities<\/em>, era ben presente quanto la ri-emergenza degli oggetti come punto focale per la comprensione delle dinamiche museali e di conseguenza delle interazioni tra esseri umani e mondo materiale, avesse un grande potenziale. Da questo punto di vista, i musei italiani, come siti principali per la ricerca, oggetti antropologici essi stessi (Lattanzi, 2021) offrono un campo di studio pi\u00f9 che adeguato.<\/p>\n\n\n\n<p>La riflessione puntuale di Beatrice Falcucci parte dalle storie dei processi di raccolta dei materiali e dai criteri di allestimento e organizzazione dei \u201creperti\u201d nei primi musei e ricostruisce minuziosamente, grazie a foto d\u2019epoca, documenti e inventari, l\u2019evoluzione e l\u2019ampliamento delle collezioni, fino a portare all\u2019attenzione dei lettori le condizioni odierne delle raccolte e il loro attuale stato di musealizzazione. Cercando di ricomporre la storia degli oggetti che arrivavano in Italia dai possedimenti africani \u2013 che si interseca alle storie di moltissimi altri oggetti, pi\u00f9 o meno significativi, riportati alla luce nel testo \u2013 si ripercorrono gli innumerevoli scambi e acquisizioni dei musei, e con essi anche i contatti e le dinamiche relazionali tra esploratori, istituzioni, studiosi. Questo racconto fa quindi chiarezza anche su alcuni aspetti critici delle raccolte, come ad esempio le molte aporie e incongruenze ancora oggi riscontrabili sulle provenienze dei materiali, il loro smistamento frenetico e impreciso nelle varie nascenti istituzioni italiane che pi\u00f9 sembravano atte ad accoglierli e la frammentazione delle collezioni in musei di tipologie diverse, tutt\u2019oggi ancora a volte di difficile definizione. Cos\u00ec facendo, l\u2019autrice \u00e8 in grado di sottolineare come spesso la ricerca scientifica sui reperti fosse totalmente improvvisata \u2013 catalogare senza interpretare, raccogliere senza comprendere \u2013 e come la museografia d\u2019epoca abbia contribuito pi\u00f9 a restituire visioni fittizie che autentiche conoscenze antropologiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggetto del volume \u00e8 anche intessere la trama delle connessioni tra la natura degli oggetti e chi li raccolse e vi invest\u00ec tempo ed energie, caricandoli di significati. Toccando le dimensioni pi\u00f9 <em>personali <\/em>dell\u2019\u201dagire coloniale\u201d degli italiani nei territori d\u2019oltremare, il lungo racconto di viaggio che Beatrice Falcucci propone ha la capacit\u00e0 di ricostruire gli intenti di chi partecip\u00f2 in prima persona alle spedizioni e alle raccolte, mostrandone la natura composita: viaggiatori, militari, uomini d\u2019affari, missionari, naturalisti, tutti coloro, insomma, che hanno riportato in Italia le loro memorie africane (tra le quali spiccano fotografie, oggetti, disegni, video, persino esseri umani). Far rivivere i protagonisti di queste storie significa riportare alla luce non soltanto le azioni di singoli individui, i miti e le vite degli uomini che hanno preso parte alla creazione dei musei, alla costruzione delle identit\u00e0 dei \u201cpionieri\u201d e dei \u201cmartiri\u201d, ma anche le dinamiche economiche e storiche che il periodo della colonizzazione, e i desideri di coloro che ne sono stati gli artefici, hanno contribuito a plasmare. Da questa analisi viene fuori per la prima volta quindi la storia delle istituzioni, dei ministeri, delle leggi che hanno regolato la colonizzazione, delle cattedre universitarie e traiettorie professionali di curatori e direttori di museo, rilevanti per comprendere il <em>sentire<\/em> degli italiani.<\/p>\n\n\n\n<p>Estremamente interessante risulta pertanto lo studio delle pratiche di esposizione, delle didascalie, delle nomenclature originarie impiegate nei musei e negli archivi \u2013 veri e propri strumenti di potere epistemologico nell\u2019epoca dell\u2019espansione italiana. Il volume si fa portavoce di una nuova consapevolezza: determinate dinamiche di linguaggio nelle categorizzazioni e nelle suddivisioni museali e d\u2019archivio, quasi completamente ignorate in passato, necessitano di grande attenzione. In quel preciso momento storico, infatti, queste nomenclature assunsero il loro valore e significato agli occhi di chi le utilizzava, le fruiva e le sceglieva e restano pertanto fondamentali per analizzare lo <em>Zeitgeist<\/em> dell\u2019epoca. Senza dimenticare che l\u2019aspetto materiale del colonialismo era tangibile anche nei monumenti, nei nomi di vie e piazze, cos\u00ec come nei manifesti e nelle cartoline distribuite, e che essi rappresentano un punto di riferimento importante per capire che \u00abconoscere e far proprio, anche attraverso la nomenclatura, il territorio d\u2019oltremare significava controllarlo\u00bb (p.101).<\/p>\n\n\n\n<p>Il testo \u00e8 strutturato cronologicamente, segue infatti \u00abgli snodi dell\u2019esporre coloniale, tra gli anni settanta dell\u2019ottocento e oggi, con una prospettiva di lungo periodo che intende per\u00f2 evidenziare le specificit\u00e0 di ciascun momento storico\u00bb (p. 13). Una narrazione che parte quindi dal Risorgimento italiano e ripercorre con particolare attenzione l\u2019epoca fascista \u2013 in dettaglio gli anni 20 e 30 \u2013 e quella imperiale, terminando con una riflessione sui vari riallestimenti recenti, che mostrano quanto il presente sia ancora fortemente combattuto su quali modalit\u00e0 adottare nello studio e nella catalogazione delle collezioni, e che \u00abl\u2019esposizione museale, oggi pi\u00f9 che mai, sembra configurarsi come terreno di scontro tra visioni del passato coloniale del Paese radicalmente diverse, e di diverse idee su come e da chi esso dovrebbe essere raccontato\u00bb (p. 374).<\/p>\n\n\n\n<p>Ad ognuno dei momenti analizzati \u00abcorrispose un diverso modo di relazionarsi con le colonie e diverse tendenze espositive\u00bb (p. 13) e per questo Falcucci esplora le varie fasi dividendo il volume in sei corposi capitoli: I. La materialit\u00e0 dell\u2019impero; II. Musei e collezioni durante la prima et\u00e0 liberale; III. Il nuovo secolo e l\u2019invasione della Libia; IV. I musei coloniali del fascismo; V. La natura dell\u2019oltremare; VI. L\u2019impero nei musei tra passato e presente. Tocca quindi tante temporalit\u00e0, modalit\u00e0, obiettivi dell\u2019Italia coloniale; dalle prime avventurose esplorazioni alle successive pi\u00f9 irregimentate e regolamentate spedizioni con i loro obiettivi finanziari, che alimentarono leggende presentando quadri erronei o addirittura inventati di alcuni dei territori. Dal primo museo di Antropologia italiano, costruito grazie alle collezioni raggruppate a Firenze dallo studioso poliedrico Mantegazza (1869) negli anni ferventi in cui Firenze era capitale d\u2019Italia e la competizione durante gli anni successivi con Luigi Pigorini (1876) per l\u2019acquisizione di collezioni e reperti pensati per l\u2019\u201deducazione delle masse\u201d, che formarono il Museo Preistorico Etnografico a Roma in pieno stile positivista, fino allo sviluppo delle vicende del museo coloniale, ex museo dell\u2019Africa italiana: i suoi inventari, i cambi di nome e di sede, le perplessit\u00e0 e le potenzialit\u00e0 intrinseche nella sua stessa esistenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Le pagine conclusive del volume sono dedicate a un\u2019analisi della memoria del passato coloniale, oggi \u00abal centro dell\u2019attenzione di un pubblico sempre pi\u00f9 vasto, come raramente accaduto nella storia recente del Paese\u00bb (p. 375). Nuove direttive, pratiche di scambio e restituzione di patrimonio (gi\u00e0 presenti, seppur in forme embrionali, dal secondo dopoguerra) e nuovi linguaggi critici e \u201climinali\u201d nel museo hanno infatti un ruolo particolarmente delicato nella museografia contemporanea.<\/p>\n\n\n\n<p>Sulle tracce che la presenza coloniale italiana ha lasciato nelle memorie delle persone, il volume rappresenta un punto di svolta negli studi sulle collezioni coloniali italiane, colmando una lacuna storiografica, proponendo nuovi interrogativi su cosa trasmettano ancora oggi gli oggetti africani raccolti durante il periodo coloniale e rimarcando come il loro studio possa chiarire quali discorsi, idee, teorie, essi abbiano supportato. Elegante e accurato, il testo di Beatrice Falcucci si segnala per una chiarezza espositiva che rende leggibili anche le parti pi\u00f9 tecniche o dettagliate, senza appesantire la narrazione. Una lettura intensa, contributo di assoluto rilievo che incontra gli interessi degli specialisti ma risulta prezioso spunto anche per i curiosi e gli appassionati di storia \u2013 e storie \u2013 italiane e globali, che si affaccia con sicurezza sui confini sociali, politici e geografici della nazione. Un testo che si candida, in definitiva, a diventare lettura obbligata per chiunque voglia confrontarsi con la storia dell\u2019Italia coloniale e con le sue eredit\u00e0 materiali \u2013 strumenti utili per ripensare il nostro posizionamento, come ricercatori, come professionisti museali, come generazione <em>presente<\/em> che ha la possibilit\u00e0, e non soltanto l\u2019onere, di prendere davvero coscienza, per poter \u201cfar pace\u201d con un passato ancora in gran parte oggetto di conflitto e rimozione.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Fonti:<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Appadurai, Arjun (1986): <em>The social life of things: Commodities in Cultural Perspective.<\/em> Cambridge: Cambridge University Press.<\/p>\n\n\n\n<p>Dudley, Sarah (2010): <em>Museum materialities: objects, engagements, interpretations<\/em>. London: Routledge.<\/p>\n\n\n\n<p>Grechi, Giulia (2021): <em>Decolonizzare il museo. Mostrazioni, pratiche artistiche, sguardi incarnati<\/em>. Milano: Mimesis.<\/p>\n\n\n\n<p>Lattanzi, Vito (2021): <em>Musei e antropologia. Storie, esperienze, prospettive<\/em>. Roma: Carocci Editore.<\/p>\n\n\n\n<p>Renzullo, Antonella. (2024): \u201cEredit\u00e0 (in)visibili: l\u2019Italia coloniale in mostra,\u201d&nbsp;<em>Geolitterae<\/em>. &lt;https:\/\/geolitterae.unimi.it\/2024\/12\/03\/beatrice-falcucci-italia-coloniale-in-mostra\/&gt; Ziherl, Vivian (2021): \u201cWhat do we talk about when we talk about decolonisation?\u201dinAA.VV.<em> Decolonising Museums. <\/em>L\u2019Internationale Books Online. &lt;<a href=\"https:\/\/archive-2014-2024.internationaleonline.org\/d2tv32fgpo1xal.cloudfront.net\/files\/02-decolonisingmuseums-1.pdf\">https:\/\/archive-2014-2024.internationaleonline.org\/d2tv32fgpo1xal.cloudfront.net\/files\/02-decolonisingmuseums-1.pdf<\/a>&gt;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Costanza Fusi Beatrice Falcucci, L\u2019Impero nei Musei. 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