{"id":1782,"date":"2023-12-11T19:18:44","date_gmt":"2023-12-11T18:18:44","guid":{"rendered":"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/?page_id=1782"},"modified":"2023-12-11T19:24:46","modified_gmt":"2023-12-11T18:24:46","slug":"il-visibile-parlare-giovanni-papini-e-le-arti-visive","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/il-visibile-parlare-giovanni-papini-e-le-arti-visive\/","title":{"rendered":"Il visibile parlare. Giovanni Papini e le arti visive"},"content":{"rendered":"\n<h3 class=\"has-text-align-center\"><strong>di Giovanni Occhini<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-media-text alignwide is-stacked-on-mobile\" style=\"grid-template-columns:33% auto\"><figure class=\"wp-block-media-text__media\"><img loading=\"lazy\" width=\"740\" height=\"1000\" src=\"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/01.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1783 size-full\" srcset=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/01.jpg 740w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/01-222x300.jpg 222w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/01-710x960.jpg 710w\" sizes=\"(max-width: 740px) 100vw, 740px\" \/><\/figure><div class=\"wp-block-media-text__content\">\n<p class=\"has-medium-font-size\"><em>Il visibile parlare. Giovanni Papini e le arti visive<\/em><br>a cura di Tommaso Casini<br>ISBN: 9791259551238<br>16,5&#215;24 cm, 176 pp in bn<br>Anno: 2023<br>29 euro<br><a href=\"https:\/\/www.scalpendi.eu\/catalogo\/senza-categoria\/2487\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">https:\/\/www.scalpendi.eu\/catalogo\/senza-categoria\/2487\/<\/a><\/p>\n<\/div><\/div>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">L\u2019assidua frequentazione di Papini con artisti suoi contemporanei \u00e8 un dato noto ed acquisito agli occhi della critica ormai da diversi anni. Basterebbe la lunga e calda amicizia con Ardengo Soffici a confermare un\u2019evidenza che d\u2019altra parte \u00e8 testimoniata dai frequenti scritti di natura artistica pubblicati da Papini nel corso della sua annosa carriera di pubblicista e autore <em>tout court<\/em>. Le tele e le sculture collezionate, le <em>ekphrasis<\/em> e gli elzeviri confezionati, tutto congiura a delineare il profilo di un Giovanni Papini non solo amatore delle arti, ma anche sagace critico di cose figurative. Una cospicua collezione di pitture e sculture, dagli olii degli intimi Soffici e Spadini fino alle plastiche di Griselli e Medardo Rosso, decorava gli ambienti delle varie case abitate dallo scrittore. Una dimensione collezionistica che certo in futuro varr\u00e0 la pena di indagare, soprattutto alla luce delle recenti pubblicazioni relative al rapporto intrattenuto da Papini con le arti visive. A ridosso del volume antologico curato da Tommaso Casini <em>Sull\u2019arte e gli artisti <\/em>che ha meritoriamente raccolto una vasta selezione degli scritti a tema figurativo del poeta fiorentino, sono infatti usciti gli atti del convegno tenuto nel 2022 presso l\u2019Universit\u00e0 IULM di Milano dedicati a <em>Il visibile parlare. Giovanni Papini e le arti visive<\/em>. I numerosi contributi sono a firma di studiosi di varia formazione e interessi, come richiedeva un argomento di chiara natura interdisciplinare. La giornata si proponeva il chiaro obiettivo di esplorare uno dei tratti tipici dell\u2019intellettuale Papini, forse la sua peculiarit\u00e0 pi\u00f9 vistosa, ovvero una costante e fertile apertura verso i pi\u00f9 disparati campi d\u2019interesse e di azione, analizzata qui nella sua manifestazione squisitamente artistica. Paolo Giovannetti, nel ruolo di direttore del Dipartimento che ha incoraggiato e promosso questa felice congiuntura di studi figurativi papiniani, offre nella sua <em>Presentazione <\/em>una preziosa chiave interpretativa della giornata, che \u00e8 insieme appassionata e complessiva lettura degli atti. L\u2019italianista nota come Papini, estensore nel 1920 insieme a Pietro Pancrazi dell\u2019antologia <em>Poeti d\u2019oggi<\/em> che accoglie molta prosa narrativa accanto ai versi, legittimi e promuova una forma di poesia che, a prescindere dal genere designato, si configuri come puro impressionismo lirico-descrittivo, spesso di matrice ecfrastica. Egli inoltre rileva come il Papini studiato qui sia soprattutto quello del \u201critorno all\u2019ordine\u201d, e che questa dimensione cronologica e intellettuale, tradizionalmente negletta, ne risulti problematizzata, arricchita com\u2019\u00e8 della sfera degli interessi artistici.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" width=\"837\" height=\"1000\" src=\"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/02.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1784\" srcset=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/02.jpg 837w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/02-251x300.jpg 251w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/02-768x918.jpg 768w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2023\/12\/02-804x960.jpg 804w\" sizes=\"(max-width: 837px) 100vw, 837px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">La pubblicazione degli Atti si avvale dell\u2019ausilio di un valido consuntivo di Sandro Gentili che al contempo sintetizza e introduce la materia del convegno. Gentili non manca d\u2019altronde di aprire una interessante e originale parentesi sui prodromi e la preistoria di questa fervida passione per le arti visive e sulle modalit\u00e0 del loro intervento nella pratica scrittoria di Papini; e lo fa dai testi ineludibili per capire tutta l\u2019opera di Gianfalco, critica e creativa, poetica e filosofica, ovvero il <em>Diario 1900<\/em> e il giovanile epistolario con Prezzolini. Vi si registrano le frequenti visite a chiese e monumenti fiorentini e del contado, le conseguenti riflessioni intorno alla eventuale filiazione fra arte greca e rinascimentale, ma soprattutto \u00e8 dato percepire come questa consuetudine si rifletta sulla scrittura, facendo scaturire fin dalle prime prove una particolarissima attitudine ad adottare dispositivi di tipo ecfrastico, quella \u201cvisivit\u00e0 antinarrativa\u201d e squisitamente lirica (pittorica) che \u00e8 cifra di tanta sua prosa. Saremmo tentati di soffermarci sulla acutezza degli interventi di Bruni e Romanello, che esplorando ognuno dal proprio punto di vista, rispettivamente narrativo e saggistico, la produzione papiniana, offrono un suggestivo spaccato di come il poeta utilizzi le arti e le sue tecniche, gli stimoli del <em>milieu <\/em>artistico fiorentino a fini di ricreazione immaginativa di una scrittura che si fa disegnativa e cromatica. Le novelle giovanili trovano un calzante parallelo visivo nel simbolismo maeterlinckiano di Charles Doudelet e nella sospensione metafisica di un Giorgio De Chirico che sembra aver attinto direttamente a certe atmosfere e scorci del narratore. Memorie galleristiche agiscono sulla penna papiniana con discreta frequenza, come nel racconto <em>L\u2019Ultima visita del gentiluomo malato<\/em>, dove lo stimolo pittorico si risolve nella diretta evocazione del <em>Ritratto di gentiluomo malato <\/em>allora attribuito a Sebastiano del Piombo e ora ascritto a Tiziano, oppure nello <em>Specchio che fugge<\/em>, dove ad essere richiamati sono i <em>Prigioni <\/em>del futuro nume tutelare Michelangelo. D\u2019altro canto, Bruni esamina quanta importanza svolga la \u201cnuova modalit\u00e0 dello sguardo\u201d papiniano, non pi\u00f9 esterno come nel fantastico ottocentesco, ma tutto teso a ricreare internamente, emozionalmente la visione, con chiare finalit\u00e0 perturbanti. Al centro di tutto \u00e8 il mondo interiore, lo spirito, lo sanno bene i lettori di Papini, che giusto in questi anni affida alla riflessione pragmatista e alla sua declinazione \u201cmagica\u201d un ruolo centrale nel proprio apostolato intellettuale. Alessandro Romanello avvicina la medesima tematica, quella della ricaduta della cultura visiva papiniana sulla propria scrittura, da un\u2019altra angolazione, quella ipertrofica e quasi disorientante del Papini saggista e critico letterario, infaticabile \u201cpromotore di cultura\u201d e scopritore di talenti. Qui ci imbattiamo in quello che possiamo senza tema di dubbio definire un pittore poeta, uno scrittore che sulla scia della pi\u00f9 grande tradizione figurativa abbozza, ritrae, schizza con il verbo, sgrossando profili critici di ineguagliabile e indimenticabile acutezza. Alla serriana indagine sulla pagina Papini sembra preferire la fisionomia rivelatrice, il paragone illuminante, la metafora artistica che funga da epitome e suggello di un\u2019opera. E, sintomaticamente, tale dispositivo visivo di carattere euristico si attiva al suo meglio proprio con gli autori prediletti: dalla \u201cplastica musicale\u201d dei bassorilievi keatsiani fino alla prosa d\u2019arte sofficiana che a stento \u00e8 distinguibile dalla produzione pittorica dell\u2019uomo del Poggio. Maupassant \u00e8 esaminato attraverso la specola delle accensioni renoiriane e lo stesso Serra viene dolorosamente evocato nella memoria in un testo dal forte tasso di visivit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\"><a><\/a>Francesca Golia misura il peso di scrittori come Kierkegaard e Sant\u2019Ignazio nell\u2019esperienza letteraria e devozionale della <em>Storia di Cristo<\/em>, testo in cui la pratica visiva \u00e8 centrale a fini religiosi prima ancora che letterari. Si scopre cos\u00ec che gli <em>Esercizi spirituali<\/em> del santo spagnolo, meditati da Papini gi\u00e0 prima della conversione, furono decisivi nell\u2019elaborazione di una strategia apostolica centrata sulla costruzione immaginativa di un modello, il \u201cvero volto\u201d di Cristo, delineato nelle sue essenziali fattezze e quindi utilizzabile come concreto strumento creativo. Il brillante intervento di Andrea Aveto ci consente di esplorare l\u2019interessante parentesi romana di Papini del 1917-19, quasi un tentativo, presto abortito, di ricerca di un porto sicuro, di un impiego stabile durante le calamitose intemperie della guerra. Qui, come caporedattore della terza pagina del neonato Tempo, ebbe modo di confermarsi nell\u2019ormai sperimentato ruolo di fine ed equilibrato catalizzatore di apporti, scritture e temperamenti di varia natura, connaturato a ogni lavoro di matrice redazionale. In particolare, risultano paradigmatiche del <em>modus operandi<\/em> papiniano le collaborazioni romane con Carlo Carr\u00e0 e De Chirico, le quali palesano la concreta indipendenza del Papini organizzatore culturale rispetto alle consuete dinamiche amicali, in favore di un giudizio sostanzialmente indipendente e critico. All\u2019interno della temperieromana Papini port\u00f2 avanti una politica editoriale delle arti che privilegiava le affettuose fragranze secentesche dell\u2019arte di Armando Spadini, vecchia conoscenza fiorentina, \u201cimpressionista idiota\u201d secondo il sintomatico giudizio del <em>Pictor Classicus<\/em>. Di contro, il silenzio sotto cui pass\u00f2 la Mostra d\u2019arte indipendente pro Croce Rossa inaugurata il 26 maggio 1918 alla Galleria dell\u201dEpoca\u201d sort\u00ec le ire di Carr\u00e0 e di De Chirico che a quella collettiva esponevano. Un allontanamento che se con Carr\u00e0 potr\u00e0 essere facilmente colmato, porter\u00e0 relativamente a De Chirico a un fatale deterioramento dei rapporti fino alla famosa stroncatura longhiana della Metafisica, <em>Al Dio ortopedico<\/em>, involontariamente causata dal sostanziale disinteressamento papiniano rispetto alla prima personale romana del pittore di Ferrara. Tutto ci\u00f2 viene documentato e svolto con singolare acribia e acutezza interpretativa da Aveto, che fa luce su un periodo nodale dei rapporti di Papini con le arti visive.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\"><a><\/a>Dal canto suo, Alessandro Del Puppo si riserva il compito di gettare uno sguardo d\u2019insieme sull\u2019estetica papiniana \u201criformata\u201d del primo dopoguerra, sottolineando come la visione dello scrittore convertito si sovrapponga almeno parzialmente con le spinte confessionali prima, politiche poi, provenienti da un panorama esterno ed interiore radicalmente mutato. \u201cArte disumana\u201d era quella che, colpevolmente privata di un qualsivoglia soffio spirituale e di <em>caritas <\/em>cristiana, rischiava di tornare \u201cnatura greggia\u201d, pura oggettivit\u00e0 assolta da qualsiasi missione evangelica e confortatrice. Del Puppo notifica giustamente come una simile evoluzione in senso olistico dell\u2019arte moderna, sempre pi\u00f9 disinteressata e indistinta nelle cose, non potesse che ripugnare a una tempra essenzialmente \u201cdualistica\u201d come quella di Papini, radicalmente anticrociana gi\u00e0 <em>in nuce<\/em>, e che la conversione aveva reso ancora pi\u00f9 impermeabile a suggestioni idealiste. Un Papini reazionario dunque, ma illuminato, tanto distante dalla barbarie estetica moderna quanto diffidente rispetto ad anacronistici recuperi di \u201cvecchiume trito e sfatto\u201d. Un\u2019arte che si configuri come trasformazione del sensibile in trascendente, \u201crifacimento fantastico delle cose\u201d. E infine meritorio e criticamente illuminante appare l\u2019addentellato del che Del Puppo istituisce con alcuni scritti papiniani, primo fra tutti quello su Oscar Ghiglia del 1926, quasi un manifesto in tal senso, in cui il pittore traduce \u201cin forme e in accordi qualcosa del suo spirito\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\"><a><\/a>Sulle note di una lieve e spumeggiante tono di cronaca si muove Mario Colleoni nel suo breve e frizzante saggio riabilitativo della figura di Alberto Viviani, prezioso testimone delle giovanili e brigantesche intemperanze futuriste di Gianfalco e compagni. Ci \u00e8 permesso cos\u00ec apprezzare un dato fondamentale, decisivo per la comprensione del rapporto di Papini con le arti visive, ovvero il timido e recalcitrante assenso concesso dallo scrittore fiorentino al fenomeno futurista. Veronica Pesce pubblica il carteggio perlopi\u00f9 inedito intercorso tra Papini e il viareggino Lorenzo Viani. Mutila di molta parte delle lettere papiniane, la corrispondenza si dimostra altres\u00ec preziosa per arricchire l\u2019eccentrica e irregolare fisionomia umana di Viani, la cui produzione letteraria aspetta ancora di essere inquadrata sotto una consona lente critica. Un dato \u00e8 comunque evidente: in questo scambio si discute pochissimo di arte, ed \u00e8 difficile ipotizzare che sia stato Viani ad impostare il tono e gli argomenti della dialettica epistolare. Un simile rilievo sta a dimostrare come Papini, spesso, si ponga in una posizione di volontaria subalternit\u00e0 rispetto all\u2019argomento artistico, decentrato, come notato da Sandro Gentili, rispetto a una disciplina che egli ostenta reiteratamente di conoscere poco. Verrebbe facile pensare che si tratti di mossa strategica per guadagnar libert\u00e0 di discorso e margine di movimento, per assumere il travestimento, insomma, di un proverbiale dilettantismo che sempre si rivela attento e competente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">Di grande interesse critico risulta poi l\u2019originale prospettiva \u201cd\u2019oltremare\u201d e coloniale assunta nei saggi di Marta Nezzo e Giulia Beatrice. Qui la categoria primitivistica, cos\u00ec importante per gli esiti di tanta arte primonovecentesca, viene declinata nella funzione Papini con modalit\u00e0 originali e affatto scontate. Il <em>fil rouge <\/em>che tiene insieme i due interventi \u00e8 la presenza di ecfrasi quale snodo essenziale per la comprensione dell\u2019approccio papiniano alla tematica coloniale. Due prose poetiche degli anni dieci, frammenti ecfrastici di grande pregnanza interpretativa, si accordano nelle analisi della Nezzo e di Beatrice nel fornirci una chiave fondamentale per rileggere il Papini cultore dell\u2019altro, <em>fl\u00e2neur<\/em> curioso di esotismi. Marta Nezzo, prendendo spunto dai giovanili interessi positivisti dello scrittore, analizza la ricaduta che questi ebbero nell\u2019acquisto da parte di Gianfalco di due statuette \u201cnegre\u201d a Parigi probabilmente nel 1914, in piena epoca lacerbiana. I manufatti e il relativo testo finzionale ispirato da questi ultimi, <em>Feticci<\/em>, rivelano come i concetti di alterit\u00e0 e sopratutto di \u201cmanichino\u201d&nbsp; inteso come uomo primitivo abbiano influenzato profondamente il lessico mentale di Papini, gi\u00e0 formato alla scuola antropologica di Reg\u00e0lia e Mantegazza. \u201cL\u2019uomo secondo\u201d, il selvaggio dell\u2019inconscio, l\u2019\u201dincivile\u201d di genio, tutti concetti propugnati dal Papini incendiario di quel torno d\u2019anni si scoprono in parte figli del \u201cPatagone\u201d visto alla Specola dal giovane ragazzo ancora in odore di scientismo. Il contributo di Giulia Beatrice cerca di analizzare il retaggio pi\u00f9 spiccatamente sociologico e politico osservabile nel ciclo della \u201cSala dei manichini\u201d realizzato da Soffici nella casa di Papini a Bulciano nel 1914. Prende cos\u00ec avvio un discorso su come gli stereotipi visivi e linguistici nella descrizione del corpo africano siano fortemente debitori della cultura coloniale umbertina e di primo Novecento. I testi di Nezzo e Beatrice si muovono entrambi agilmente fra questioni estetiche e nodi sociopolitici e antropologici, sulla falsariga della migliore critica figurativa e letteraria sulle avanguardie storiche.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">La passione di Papini per il ritratto (neo)rinascimentale e i frequenti pellegrinaggi in visita alle glorie italiane scolpite presenti nelle piazze fiorentine consente a Tommaso Casini di aprire un interessante squarcio sull\u2019immagine di Rinascenza coltivata dallo scrittore all\u2019altezza del suo impegno come presidente dell\u2019Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento. Un Rinascimento che trova nelle figure di Leonardo, Michelangelo e Dante i propri numi tutelari, anche plastici (nel salotto dell\u2019ultima abitazione di Papini in via Guerrazzi erano presenti due busti del poeta e dello scultore). All\u2019interno dell\u2019INSR si port\u00f2 avanti un\u2019idea di Rinascimento che trovasse in una \u201cnuova materializzazione armonica del cristianesimo\u201d il proprio fulcro e asse portante. Un Rinascimento cristiano, dunque, escogitato e meditato nelle sale appositamente decorate della sede di Palazzo Strozzi, dove si trovarono a collaborare figure del calibro di Garin, Kristeller, Baron e Momigliano. Il pur turbolento arco cronologico (1937-1943) durante il quale si concretizz\u00f2 l\u2019avventura dell\u2019Istituto e della connessa rivista \u201cRinascita\u201d port\u00f2, come segnalato da Casini, importanti frutti sotto forma di contributi e volumi che avrebbero svolto un ruolo non secondario negli ulteriori studi post bellici. Il peculiare e ondivago rapporto di Papini con il cinematografo \u00e8 esplorato da Gianluca della Maggiore: da diabolico e rappresentativo strumento di un progressivo e inesorabile <em>regressus ad uterum<\/em> dell\u2019uomo contemporaneo, pura visione che non richiede critica riflessione, il concetto negativo di cinema assunse nella pratica una concreta dimensione progettuale. Gli incompiuti tentativi di sceneggiatura per due films su Santa Caterina e San Francesco si inseriscono perfettamente in una visione di cinema come potenziale mezzo al servizio del suo cattolicesimo antimoderno. D\u2019altronde, dagli appunti dei tardi <em>Diari<\/em>, eloquente specchio dell\u2019intimo travaglio umano e creativo di un Papini ormai stanco e disilluso, si evince come nella sostanza si fosse mantenuta un\u2019opinione negativa sul cinema. In conclusione la pubblicazione di questi preziosi atti ci permette di disporre di un\u2019inedita panoramica su un tema in precedenza poco o male indagato, avendo altres\u00ec il pregio di fungere da accattivante abbrivio per studi su temi specifici, quali, per esempio, quello di Papini collezionista, o per la pubblicazione delle nutrite corrispondenze tenute dallo scrittore con artisti come Llewelyn Lloyd o Ugo Bernasconi. Sarebbe inoltre stimolante vagliare in questa prospettiva i testi di maggior pregnanza visiva ed ecfrastica, tra i quali \u00e8 doveroso annoverare la splendida triade di libri di poesia in prosa e in versi del secondo decennio del secolo. Un campo, quello del Papini scrittore \u201cfigurativo\u201d, amatore d\u2019arte, corrispondente e amico d\u2019artisti, che pu\u00f2 trovare in questi atti un augurale punto di partenza e un auspicio per la definitiva riabilitazione critica di questo poliedrico e complesso intellettuale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Giovanni Occhini Il visibile parlare. Giovanni Papini e le arti visivea cura di Tommaso CasiniISBN: 979125955123816,5&#215;24 cm, 176 pp in bnAnno: 202329 eurohttps:\/\/www.scalpendi.eu\/catalogo\/senza-categoria\/2487\/ L\u2019assidua frequentazione di Papini con artisti suoi contemporanei \u00e8 un dato noto ed acquisito agli occhi della critica ormai da diversi anni. Basterebbe la lunga e calda amicizia con Ardengo Soffici [&hellip;]<\/p>\n<a href=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/il-visibile-parlare-giovanni-papini-e-le-arti-visive\/\" class=\"more-link\">Read More <span class=\"screen-reader-text\">Il visibile parlare. 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