{"id":1369,"date":"2022-01-10T01:08:53","date_gmt":"2022-01-10T00:08:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/?page_id=1369"},"modified":"2022-01-10T01:08:53","modified_gmt":"2022-01-10T00:08:53","slug":"henri-focillon-en-son-temps-la-liberte-des-formes","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/henri-focillon-en-son-temps-la-liberte-des-formes\/","title":{"rendered":"Henri Focillon en son temps. La libert\u00e9 des formes"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-align-center\"><strong>di Gaetano Curzi<\/strong><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-media-text alignwide is-stacked-on-mobile\" style=\"grid-template-columns:21% auto\"><figure class=\"wp-block-media-text__media\"><img loading=\"lazy\" width=\"623\" height=\"797\" src=\"http:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/ducci.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1370 size-full\" srcset=\"https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/ducci.jpg 623w, https:\/\/www.siscaonline.it\/joomla\/2019\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/ducci-235x300.jpg 235w\" sizes=\"(max-width: 623px) 100vw, 623px\" \/><\/figure><div class=\"wp-block-media-text__content\">\n<p class=\"has-text-align-left has-medium-font-size\">Annamaria Ducci, <em>Henri Focillon en son temps. La libert\u00e9 des formes<\/em>, Presses Universitaires de Strasbourg 2021 (Historiographie de l\u2019art)<\/p>\n<\/div><\/div>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">Annamaria Ducci, docente di storia dell\u2019Arte all\u2019Accademia di Belle Arti di Carrara, ha colmato una lacuna storiografica ed editoriale dedicando una monografia ad Henri Focillon, pubblicata in una collana dall\u2019accattivante grafica vagamente anni Settanta diretta da Roland Recht&nbsp; che tramite l\u2019insegnamento di Louis Grodecki discende proprio da quei rami. Un incrocio di destini personali cui non sfugge la stessa autrice che in epigrafe al volume ricorda il suo maestro Enrico Castelnuovo, il quale scrisse la prefazione all\u2019ultima edizione italiana di \u201cVita delle forme\u201d e \u201cElogio della mano\u201d e per decenni port\u00f2 avanti un dialogo serrato per temi e metodi con la storiografia artistica francese.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">Quello degli incontri &#8211; con persone e luoghi &#8211; per certi versi sembra essere la cifra di questo lavoro e fin dalle prime pagine il personaggio emerge vivido dalla ricostruzione dell\u2019ambiente che form\u00f2 i suoi eterogenei interessi culturali e accese la sua passione politica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">Figlio dell\u2019incisore Victor Louis, Focillon (1881-1943) scelse come argomento per il suo dottorato Giovan Battista Piranesi di cui colse l\u2019eterodosso rapporto con l\u2019antico, analizzando le componenti visionarie delle architetture raffigurate con un\u2019attenzione alla storia delle forme che caratterizzer\u00e0 i lavori successivi, nei quali l\u2019interesse nei confronti dell\u2019incisione rimase quasi come una pericope. Fu d\u2019altronde quello su Piranesi solo il primo di molti lavori che alternano monografie su artisti come Benvenuto Cellini, Raffaello o Piero della Francesca a spunti di carattere museologico scaturiti anche dal suo impegno di direttore del Mus\u00e9e des Beaux-Arts di Lione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">La scelta degli argomenti tuttavia non deve trarre in inganno, non ci troviamo di fronte alle scelte di uno storico dell\u2019arte di interessi tradizionali, anche se metodologicamente aggiornato. Certamente il saggio su Hokusai&nbsp;(1914) potrebbe rientrare nel filone dell\u2019analisi formale dell\u2019incisione e del gusto orientalista che ancora agli inizi del Novecento pervadeva la Francia ma il testo sull\u2019arte buddista del 1921 ci rivela indiscutibilmente uno sperimentatore capace di applicare le sue idee forti a qualunque tema e a qualunque epoca o espressione della cultura artistica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">\u00c8 proprio in questi anni che i suoi studi si indirizzano sempre di pi\u00f9 verso il medioevo \u2013 basti citare l\u2019<em>Art des sculpteurs romans<\/em>&nbsp; e i due volumi su l\u2019<em>Art d&#8217;Occident &#8211;<\/em>spingendolo a confrontarsi con l\u2019 ingombrante figura di \u00c9mile M\u00e2le e con il suo rigore metodologico cui contrappone un approccio fenomenologico, anche se non in senso strettamente husserliano, sempre alla ricerca &#8211; in questo come M\u00e2le, cui succedette alla Sorbona &#8211; di una ermeneutica propria della storia dell\u2019arte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">Come opportunamente sottolineato dall\u2019autrice, che lo definisce uno \u201cstudio rivoluzionario\u201d, un <em>turning point<\/em> \u00e8 costituito dal saggio del 1929 <em>Ap\u00f4tres et jongleurs romans<\/em> dove appare esplicita la relazione tra scultura architettonica ed edificio, ma su questo rimando anche all\u2019interessante capitolo dedicato a <em>Le mythe de D\u00e9dale<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">Anche se lo spunto per lo studio del 1929 venne dall\u2019archivolto della chiesa di Saint-Pierre-le-Puellier di Bourges conservato proprio nel \u201csuo\u201d Museo di Lione, non sembra certo un caso l\u2019attenzione rivolta al tema dell\u2019acrobata con cui si era gi\u00e0 misurato ripetutamente M\u00e2le, che aveva messo in luce la frequenza e il significato di queste iconografie e riscattato il ruolo sociale dei <em>ioculatores<\/em>,mentreFocillon colse nella predilezione per queste figure una conseguenza del movimento espressivo di cui erano portatrici (come non pensare alle riflessioni di Warburg sulla ninfa e le <em>Pathosformeln?)<\/em>. Un approccio estremamente vitale, come confermano nel secondo dopoguerra le riprese negli studi di Salvini sulla scultura normanna in Sicilia e in quelli di Zarnecki sulla cattedrale di Ely.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">Proseguendo nella lettura, la figura di Focillon si sfaccetta ulteriormente nella trama di relazioni con gli studiosi francesi coevi e con i suoi numerosi allievi, primi tra tutti Louis Grodecki e Jurgis Baltru\u0161aitis, che ne spos\u00f2 la figlia. Ma la sua opera non fu un punto di riferimento solo per una ristretta cerchia di discepoli dediti a studi di scultura romanica, lo dimostra ad esempio il caso del pionieristico volume <em>Peintures romanes des \u00e9glises de France<\/em>&nbsp;(1938) e del debito che con questo contrasse Paul Deschamps, che pure su altri temi fu su posizioni diverse da Focillon, per il suo <em>La&nbsp;peinture&nbsp;murale en France<\/em><em>.<\/em> <em>Le haut moyen \u00e2ge et l\u2019\u00e9poque romane<\/em> (1951).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"justify-text\">La summa del pensiero di Focillon \u00e8 per\u00f2 ovviamente costituita dal notissimo <em>La vie des formes<\/em> dove con una lingua accurata e suggestiva e un mirabile sforzo di sintesi giunge alla codificazione di un metodo che, seppur affinato sugli studi di arte romanica, ambisce a divenire universale. Ma Focillon, umanista proteiforme, \u00e8 anche molte altre cose e questa bella monografia ce le tratteggia affrontando, tra l\u2019altro, il tema della sua scrittura e del suo disegno, il rapporto \u201ctormentato\u201d con Bergson e quello altrettanto complesso con la cultura tedesca, la sensibilit\u00e0 per il paesaggio, gli anni americani e le relazioni con la storiografia italiana.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Gaetano Curzi Annamaria Ducci, Henri Focillon en son temps. 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