di Federica Cavalleri

Fabio Isman, L’arte razziata dai nazisti. Gli ultimi prigionieri di guerra, Il Mulino 2025
Giornalista e scrittore, Fabio Isman si è sempre immerso nelle dinamiche della storia presente, con occhio vigile e penna affilata. Se è vero che la penna è più potente della spada, uomini come Isman ne sono la dimostrazione. Nei suoi articoli e nei libri da lui scritti si coglie un messaggio: conoscere la storia, soprattutto in tutti i suoi vicoli ciechi e coni d’ombra, è un diritto e un dovere. Oltre ad un’esperienza quarantennale come giornalista de Il Messaggero, Isman si è dedicato soprattutto alla ricerca nell’ambito dell’arte e della tutela, portando alla luce storie talmente avvincenti da ricordare le trame dei film di avventura e spionaggio. In questo senso, tra i suoi titoli ricordiamo I predatori dell’arte perduta: il saccheggio dell’archeologia in Italia (Skira, 2009), L’Italia dell’arte venduta: collezioni disperse, capolavori fuggiti (Il Mulino, 2017), Quando l’arte va a ruba: furti e saccheggi, nel mondo e nei secoli (Giunti, 2021). Il più recente e oggetto di questo articolo è L’arte razziata dai nazisti. Gli ultimi prigionieri di guerra (Il Mulino, 2025) che, come i suoi predecessori, si inserisce in quella che il lettore può immaginare come una collana. I libri sono, ovviamente, separati a livello pratico seppur non concettuale, ma le ricerche di Isman sui vari contesti in cui, durante la storia recente, l’arte è diventata bottino di guerra, permettono di gettare almeno un po’ di luce su un argomento alquanto trascurato.
Il tema centrale di questo libro è proprio il trafugamento delle opere d’arte perpetrato dalle truppe naziste durante la seconda guerra mondiale. Molte di queste non sono mai state ritrovate, mentre altre sono state restituite ai discendenti dei proprietari in anni più recenti. “Il museo delle assenze”[1], lo definisce Isman, e con questa immagine eloquente dà il via ad una ricerca approfondita sulle dinamiche di potere in cui è stata assorbita l’arte nel contesto bellico e sulle opere d’arte sequestrate, rubate e acquistate attraverso metodi coercitivi. Alcune ricerche stimano che il numero di opere tuttora mancanti all’appello si aggiri attorno ai centomila esemplari[2]. Considerata la natura e la portata della guerra (siamo nell’ordine delle centinaia di milioni di opere, reperti, gioielli e libri trafugati nell’arco dei sei anni che sono intercorsi tra il 1939 e il 1945, senza considerare le razzie effettuate di poco precedentemente a queste date[3]), è impossibile saperlo con certezza. Le principali vittime di questi crimini sono state, ovviamente, le famiglie ebraiche, costrette a vendere tutto ciò che avevano in proprio possesso in cambio dell’autorizzazione a lasciare la Germania, l’Austria e gli altri Paesi occupati, o derubati in seguito alla loro deportazione nei campi di concentramento e sterminio. Le ricerche che è stato possibile condurre sul tema affermano che, del totale, circa seicentomila opere appartenessero a ebrei[4].
Se l’arte è stata sempre tra le principali vittime di guerra sin dai tempi antichi, il fenomeno si è protratto e rafforzato anche nel mondo contemporaneo. Prima della seconda guerra mondiale e del nazismo, il caso più eclatante fu quello di Napoleone. Isman mette in luce le somiglianze e le differenze tra le manie di grandezza e possesso di quest’ultimo e di uomini come Hitler e Göring. Le spoliazioni napoleoniche erano figlie del più ampio pensiero illuministico, ormai ben radicato in tutta la Francia e avviato verso un’estensione capillare nel resto dell’Europa. Il programma alla base dei sequestri perpetrati in quel periodo puntava a rendere Parigi una nuova Atene, un centro di cultura, libertà ed arte di cui la Francia era la massima espressione. Per quanto in entrambi i casi vi fosse piena consapevolezza del vero potere dell’arte, i sequestri nazisti, dall’altro lato, si basavano solo sulla cupidigia. Per Hitler, l’arte era uno strumento di potere attraverso il quale raggiungere gli obiettivi più vari: creare un nuovo mito teutonico, basato sulla grande storia delle civiltà occidentali che l’avevano preceduto e mirato a celebrare la gloria della Germania; autocelebrarsi facendo erigere un museo a suo nome in cui far confluire le opere d’arte più importanti d’Europa; deridere e distruggere l’arte considerata “degenerata”, ovvero lontana dai crismi classici; annientare la storia e la memoria degli ebrei. Per Göring, l’arte non era altro che una spoglia di guerra di cui fregiarsi e da possedere. Isman sottolinea la sostanziale differenza dei pensieri alla base dei tre uomini, uniti nel riconoscere il potere dell’arte, ma divisi nei motivi scatenanti: dove Napoleone mirava a qualcosa di, seppur in parte autocelebrativo, più grande e illuminato, Hitler e Göring puntavano all’annientamento e al controllo. Tutto doveva essere Germania o sotto la Germania. Il libro di Isman punta i riflettori su come tutta questa distruzione e, in maniera inversamente proporzionale, questo progetto di immensa rinascita tedesca, abbia rappresentato uno dei momenti di maggiore piccolezza e meschinità della storia dell’umanità.
Tra i casi analizzati da Isman in questo libro, una delle storie più entusiasmanti è quella del Ritratto di Adele di Klimt (fig.1).

Tale ritratto è stato realizzato in due diverse versioni, ed ha come soggetto la giovane Adele Bloch-Bauer, figlia del ricco imprenditore viennese Moritz. In seguito alla morte di Adele, il marito lasciò l’Austria per la Svizzera poco prima della Notte dei Cristalli del 1938, abbandonando, così, i quadri sulle pareti di Palais Mayr. Entrambe le opere furono razziate dai nazisti nel 1941 e portate al Belvedere. In seguito alla caduta del Reich e di Hitler, i discendenti di Adele Bloch-Bauer avviarono una lunga disputa con l’Austria e reclamarono le opere. Oltre all’opposizione del Comitato austriaco per le restituzioni, uno degli ostacoli maggiori era il fatto che la legge prevedeva un deposito proporzionale al valore dell’opera per riscattarla. Si trattava di milioni di dollari. I discendenti dovettero attendere almeno il 1999 perché gli austriaci decidessero di rivedere le proprie politiche in fatto di restituzione, e fu proprio in quell’anno che Maria Altmann, tra gli eredi, decise di avviare il processo. Quest’ultimo avvenne negli Stati Uniti tra il 2000 e il 2004. Il ricorso poggiava su due cavilli: in primis, era dimostrabile che Ferdinand Boch, marito di Adele, non avesse mai donato i quadri al museo di Vienna e che, come tale, le opere dovessero essere state portate in quella sede con la forza; secondariamente, ne venivano vendute riproduzioni in tutto il paese, lucrando sull’immagine evocativa di Adele Bloch-Bauer. Tutti i quadri vennero restituiti nel 2006 ai discendenti dei proprietari originali. Si tratta della restituzione più clamorosa della storia, specie se si considera che, in seguito, uno dei due ritratti venne comprato da Ronald Lauder, figlio di Estée, l’ebreo più noto al mondo e presidente del Congresso mondiale ebraico. Isman conclude la sua ricerca con un’analisi delle opere che mancano tuttora all’appello. Il Giovane Uomo di Raffaello (fig.2) ci guarda da tempi lontani dalle pagine del libro.

Su carta e attraverso uno schermo, infatti, è l’unico modo in cui possiamo interagire con queste figure misteriose, sottratte per sempre alla vista di tutti. All’epoca del furto, il quadro di Raffaello si trovava a Cracovia, in Polonia, nel Museo Czartoryski. Si tratta della più importante opera sparita per mano nazista. Non appena l’operazione d’invasione della Polonia fu avviata, l’erede polacca nascose il più possibile delle collezioni della famiglia. Tuttavia, le casse murate e le opere nascoste nelle cantine vennero ritrovate da Posse, agente personale di Hitler, incaricato di riportare in Germania le massime testimonianze artistiche della civiltà europea. Dopo il suo trasferimento a Berlino nel 1940, il Giovane Uomo di Raffaello sparisce per non comparire mai più. Come lui, altre 843 opere mancano all’appello del Museo Czartoryski e, allo stesso modo, centinaia di migliaia di capolavori dell’arte europea. La chiusura del libro mette l’accento, quindi, su tale mancanza, chiudendo il cerchio aperto sin dalle prime pagine: la tragedia della seconda guerra mondiale va ricordata non solo per la crudeltà degli eventi e per i milioni di morti in guerra o in campo di concentramento, ma anche per ciò che di umano abbiamo perso proprio a causa della scomparsa di queste opere. Testimonianze di epoche diverse, create da sensibilità e identità diverse, con pensieri diversi. In seguito alla guerra, i governi hanno collaborato a livello internazionale al fine di creare delle misure di tutela riconosciute globalmente. Potendo trarre un insegnamento dagli eventi appena trascorsi, una maggior cura nei confronti del patrimonio culturale umano è stata sicuramente uno dei primi a venire a mente. Nel suo libro, Isman riporta la Convenzione Unesco del 1970, pensata per impedire il traffico illegale di opere d’arte e oggetti di rilevanza storica e culturale, e la Convenzione UNIDROIT del 1995, orientata verso le procedure di restituzione di opere sottratte illecitamente dai paesi d’origine, specie se coinvolti in contesti di conflitto. Tali convenzioni sono tuttora fondamentali, in quanto l’arte rimane, ad oggi, una delle grandi vittime delle catastrofi umanitarie e naturali. Ma nessuna delle due è retroattiva, e quindi non può riguardare le sottrazioni dei nazisti. Per queste, si deve ricorrere agli 11 principi statuiti da 49 Paesi a Washington nel 1998, di cui diremo. Guerre, disastri ambientali, conflitti civili, crisi umanitarie: il mondo di oggi è il continuo cambiamento e caratterizzato da tensioni ed ebollizioni che mettono a rischio non solo le vite umane ma anche il nostro lascito intellettuale. Per concludere, ritengo interessante riprendere un concetto espresso da Isman in L’arte razziata dai nazisti: nel 1998 si è tenuta una conferenza a Washington durante la quale è stata elaborata una lista di norme etiche per quanto riguarda la restituzione delle opere d’arte trafugate in periodo nazista e le dinamiche correlate. Occorre specificare che si tratta di regole etiche e non giuridiche. Non sono leggi, non vincolano gli individui ad agire in un certo modo, ma fanno pressione sulla bussola morale delle persone. Ciò che è giusto in quanto tale non sempre coincide con ciò che è giusto perché la legge lo stabilisce. Sono passati anni prima che venissero anche solo abbozzate delle leggi per la tutela delle opere d’arte o per la restituzione di capolavori trafugati. Si sono verificate altre guerre durante le quali individui diversi si sono arricchiti sfruttando situazioni di crisi, saccheggiando paesi in conflitto. Basti pensare, per esempio, al trafugamento di reperti religiosi, archeologici e artistici perpetrato da Latchford in Cambogia: è stato ritenuto colpevole solo all’inizio del 2000, poco prima di morire, ed è stata autorizzata la restituzione di tali beni solo nel luglio del 2025. Come lui, tanti altri uomini hanno razziato paesi in crisi, e tanti altri ancora lo faranno. Questa breve lista di undici regole, quindi, ci ricorda che bisogna pensare sempre a fare ciò che è giusto, senza esclusione. Se così fosse stato ottant’anni fa, forse, molte opere che abbiamo perso per sempre sarebbero ancora esposte nei nostri musei. È nostro diritto e dovere fare il possibile per tutelare il nostro patrimonio e agevolare quello di coloro che non hanno le risorse per farlo, collaborando in favore di ciò che ci distingue in quanto esseri umani.
[1] F. Isman. L’arte razziata dai nazisti. Gli ultimi prigionieri di guerra. Il Mulino, 2025, p. 11
[2] Ibidem.
[3] Ivi, p. 12
[4] Ivi, p.69