I MUSEI OLTRE L’ESOTICO: COME È CAMBIATO LO SGUARDO SULL’ARTE ORIENTALE IN ITALIA

di Noemi Divano

In Italia la maggior parte delle istituzioni culturali è dedicata alla produzione artistica europea, con la quale il pubblico occidentale ha molta familiarità, in quanto appartenente alla nostra tradizione figurativa. Siamo abituati a un contatto quasi costante con il patrimonio artistico: impariamo a conoscere le opere dei grandi maestri già nei libri di scuola, siamo circondati dalle rappresentazioni della produzione artistica occidentale e perciò riusciamo a riconoscere con facilità i paradigmi dell’arte europea esposta nella maggior parte dei musei italiani.

Sul nostro territorio, però, si trovano anche collezioni non appartenenti alla nostra tradizione figurativa, come quelle custodite nei musei d’arte orientale, presenti soprattutto in nord Italia: ad esempio, il Museo Edoardo Chiossone di Genova, il MAO di Torino e i musei d’arte orientale di Venezia e Trieste. Si tratta di raccolte eterogenee che testimoniano la storia e le usanze delle civiltà asiatiche e che al contempo raccontano i rapporti tra l’Italia e i paesi dell’Estremo Oriente, in particolare il Giappone. Sono oggetti che rappresentano culture molto diverse da quella europea, per questo motivo è più difficile per il pubblico occidentale comprendere il loro valore espressivo. Ciononostante, queste opere affascinano il visitatore perché si discostano dalla nostra eredità culturale: è il riflesso dell’antica visione europea dell’Oriente, legata all’attrazione per l’esotico.

Storicamente, infatti, in particolare tra il XV e il XVIII secolo, l’Europa ha guardato all’arte asiatica con il filtro dell’orientalismo, la visione dell’Oriente dal punto di vista occidentale. Nel suo saggio Orientalismo, Edward Said definisce l’Oriente come un’invenzione dell’Occidente, sin dall’antichità luogo di avventure, popolato da creature curiose, ricco di ricordi ricorrenti e paesaggi, di esperienze eccezionali. L’Occidente ha creato una nozione collettiva, un’idea di Europa per acquisire maggiore forza e senso di identità contrapponendo un “noi” europei agli “altri” non europei, un’idea radicata di superiorità rispetto agli altri popoli e alle altre culture; dopotutto, l’Oriente è stato la sede delle più antiche, ricche ed estese colonie europee, è il concorrente principale in campo culturale ed è uno dei più ricorrenti e radicati simboli del diverso. Un simbolo, appunto, perché l’Orientalismo si basa interamente sull’esteriorità, su una rappresentazione dell’Oriente creata dall’Occidente, che lo descrive come un mondo lontano, misterioso e affascinante[1]. Inoltre, i manufatti asiatici sono entrati a far parte della società occidentale come prodotti di lusso, tra le rarità tanto ambite dai nobili e dai reali, ad esempio la seta e la porcellana, ma anche armi, accessori, sculture, oggetti d’uso quotidiano o religioso, considerati preziosi, ma anche curiosi, perché provenienti da una cultura diversa. L’arte orientale è stata oggetto di fascinazione, collezionismo e moda: le opere venivano apprezzate dagli occidentali principalmente per le loro qualità estetiche, materiali e decorative, ma sono anche state sottratte al loro contesto originale e quindi non considerate per il loro vero significato e funzione. Questo approccio si rifletteva anche nei musei e nelle esposizioni, in cui le culture extraeuropee erano spesso classificate come “primitive” e lette attraverso categorie occidentali. Le modalità di catalogazione, allestimento e narrazione delle opere hanno per molto tempo contribuito a sedimentare un’immagine orientalista basata sulla loro estetica[2]. Quindi, la conoscenza dell’Oriente che si è diffusa in Europa è stata accompagnata da uno spirito coloniale e dall’attrazione verso l’esotico e l’inconsueto, sfociando in una visione che si è radicata in Occidente e ha influenzato a lungo la percezione delle opere orientali presenti nei nostri musei. Per allontanarsi da questa percezione e comunicare al meglio questi patrimoni museali è importante chiedersi: queste opere sono ancora considerate esotiche dal pubblico occidentale?

Allestimento del Museo d’Arte Orientale di Venezia a Palazzo Vendramin Calergi, fine XIX secolo.

Sicuramente oggi qualcosa è cambiato, perché siamo maggiormente esposti a differenti culture grazie a Internet, i media, i viaggi e la globalizzazione. Quelli che un tempo erano considerati prodotti bizzarri e insoliti, come le spezie, il tè o la carta, ora fanno parte delle nostre abitudini in modo talmente profondo da non riuscire più a isolarli e distinguerli. La cultura orientale in particolare è entrata nella nostra quotidianità e nei nostri gusti, soprattutto in specifici campi, come quello culinario e dell’intrattenimento: i ristoranti di sushi e di cucina cinese si trovano in tutte le maggiori città italiane, i cartoni animati giapponesi vengono trasmessi da tempo in televisione e film di produzione asiatica sono sempre più presenti nei cinema italiani. Inoltre, la prospettiva tra Oriente e Occidente è stata ribaltata dalla nuova immagine che hanno acquisito i maggiori paesi asiatici, basata sulle tecnologie all’avanguardia e sulla società in cui convivono perfettamente tradizione e progresso. Se prima era l’Oriente che guardava all’Europa come un modello da seguire, ad esempio durante la Restaurazione Meiji in Giappone, oggi le maggiori potenze asiatiche sono i principali esempi di modernità e innovazione.

Quindi, la percezione occidentale delle opere orientali antiche è passata dall’essere profondamente condizionata dalla mentalità coloniale ed eurocentrica, che vedeva l’Oriente come luogo lontano, misterioso e affascinante, a un approccio più consapevole, influenzato dai contenuti esterni, come i prodotti della cultura pop e gli elementi che hanno costruito la notorietà globale dei paesi asiatici, tramite i quali il pubblico di oggi ha la possibilità di conoscere meglio il mondo orientale.

Perciò, l’arte asiatica non è più percepita come “altra”, ma nonostante questo cambiamento persiste ancora una certa fascinazione per l’esotico, che tende a semplificare o distorcere culture complesse, soprattutto nei casi in cui mancano informazioni o le opere sono presentate senza contesto.

Molti musei oggi cercano attivamente di superare questa visione attraverso nuove pratiche curatoriali, come ripensare gli allestimenti, contestualizzare le opere e spiegare i loro significati e funzioni originali, oltre a metterle in dialogo con le opere occidentali. Ad esempio, il MAO di Torino ha adottato un approccio relazionale e transculturale per comunicare le sue collezioni, organizzando mostre ed eventi focalizzati sulla circolazione di oggetti, idee e simboli tra Asia ed Europa, che insistono sulle interconnessioni invece che sull’alterità[3]. Anche l’introduzione della nuova guida del museo, curata dal direttore Davide Quadrio, si intitola: “Museo dallo sguardo orientale: guida alla fruizione del nuovo MAO” ed esplicita l’obiettivo del museo: non mostrare “l’Oriente”, ma relazioni storiche globali, stimolando nuove interpretazioni non eurocentriche del patrimonio che custodisce[4].


La nuova guida del Museo d’Arte Orientale di Torino, Silvana Editoriale, 2025.

Anche al Museo delle Culture di Milano, che conserva una ricca collezione di oggetti asiatici, il percorso espositivo è stato rinnovato in modo da ricostruire la provenienza delle opere e le storie delle figure dietro ad esse, evidenziando le influenze culturali e le relazioni internazionali che hanno fatto da sfondo alla formazione del patrimonio museale. È stata posta particolare attenzione alla narrazione, che si concentra su alcuni temi complessi come la globalizzazione, l’imperialismo e il mercantilismo: la sezione dedicata agli oggetti asiatici propone un dialogo tra le opere originali e quelle di manifattura europea di ispirazione orientale, risaltando il grande successo dei prodotti asiatici in Occidente e come abbiano influenzato i gusti del nostro continente[5]. Il linguaggio che accompagna la visita è pensato per allontanarsi il più possibile dalla mentalità eurocentrica e per contrastare gli stereotipi e le semplificazioni, in linea con la vocazione del museo, che si propone di mettere in dialogo le culture e le comunità[6].

Allestimento della collezione permanente del Mudec, Milano.

Quindi, oggi il concetto di esotico non è scomparso del tutto, ma è riconosciuto sempre di più come una costruzione occidentale, e non come caratteristica intrinseca delle opere, perché il pubblico contemporaneo ha uno sguardo più critico verso il colonialismo, le appropriazioni e gli stereotipi. Resta comunque difficile superare secoli di rappresentazioni e credenze che si sono radicate nel nostro immaginario e anche se alcuni musei stanno cercando attivamente di decostruire questa percezione, il processo è ancora in corso e può essere approfondito. Abbiamo visto che si può intervenire sulla comunicazione e sull’allestimento, ma si può intervenire a tal punto da cambiare la percezione del pubblico? È davvero possibile togliere completamente il filtro dello sguardo occidentale dal pubblico europeo?


[1] Collezione permanente. MUDEC. Disponibile all’indirizzo: https://www.mudec.it/collezione-permanente-2/ (Consultato il 14/04/2026)

[2] Orsini C. Per una curatela critica della nuova collezione permanente del Mudec: il mondo visto da qui? In: Milano Globale. Il mondo visto da qui. Milano: 24 ore cultura, MUDEC, 2015, pp. 17-21

[3] Manifesto. MAO Torino. Disponibile all’indirizzo: https://www.maotorino.it/it/welcome/manifesto/ (Consultato il 10/04/2026)

[4] Murata M. Museo dallo sguardo orientale: guida alla fruizione del nuovo MAO. In: Quadrio D. (a cura di) Visioni. Guida alle collezioni del MAO Museo d’Arte Orientale di Torino. Milano: Silvana Editoriale, 2025, pp. 12-13

[5] Said E. Orientalismo. Torino: Bollati Boringhieri, 1991, pp. 3-7

[6] Fidao E. Ah, i lampi! Ieri ad Oriente, oggi a Occidente. La musealizzazione dell’arte giapponese e i musei d’arte orientale: analisi storica di un processo e dei suoi risultati in Italia. Tesi di laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti e delle attività culturali, Università Ca’Foscari, Venezia, a.a. 2022-2023, p. 95

Bibliografia

Collezione permanente. MUDEC. Disponibile all’indirizzo: https://www.mudec.it/collezione-permanente-2/ (Consultato il 14/04/2026)

Fidao E. Ah, i lampi! Ieri ad Oriente, oggi a Occidente. La musealizzazione dell’arte giapponese e i musei d’arte orientale: analisi storica di un processo e dei suoi risultati in Italia. Tesi di laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti e delle attività culturali, Università Ca’Foscari, Venezia, a.a. 2022-2023, p. 95

Manifesto. MAO Torino. Disponibile all’indirizzo: https://www.maotorino.it/it/welcome/manifesto/ (Consultato il 10/04/2026)

Murata M. Museo dallo sguardo orientale: guida alla fruizione del nuovo MAO. In: Quadrio D. (a cura di) Visioni. Guida alle collezioni del MAO Museo d’Arte Orientale di Torino. Milano: Silvana Editoriale, 2025, pp. 12-13

Orsini C. Per una curatela critica della nuova collezione permanente del Mudec: il mondo visto da qui? In: Milano Globale. Il mondo visto da qui. Milano: 24 ore cultura, MUDEC, 2015, pp. 17-21 Said E. Orientalismo. Torino: Bollati Boringhieri, 1991, pp. 3-7