di Maria Michielutti
Nel cuore di Verona emerge un paradosso stridente: a pochi passi dall’Anfiteatro Arena, assediato quotidianamente dai turisti, sorge un luogo quasi celato agli occhi dei passanti, il Museo Lapidario Maffeiano. Ad aprirne le porte nel 1745 fu lo spirito illuminista del marchese Scipione Maffei, che volle dedicare un spazio cittadino alla sua preziosa collezione epigrafica affinché fosse accessibile alla cittadinanza (Fig.1). Eppure, sebbene il museo rappresenti la ricchezza intellettuale del settecento veronese, il museo risulta oggi, paradossalmente, l’istituzione meno visitata della città. La malinconia che si avverte esplorandolo nasce dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a un patrimonio estremamente eloquente, eppure costretto all’invisibilità da barriere comunicative ormai anacronistiche.

© Foto Ottica Nodari – Archivio Musei Civici di Verona
Ma cosa raccontano le pietre incise – o “anticaglie parlanti” come amava definirle il Maffei – conservate all’interno del museo? Se in apparenza trasmettono poco o nulla, soprattutto a chi non s’intende di epigrafia o di lingue antiche; esse nascondono vere e proprie vite. Un nome, una famiglia, e rappresentano un tentativo, disperato e tenero al tempo stesso, di sopravvivere all’oblio. A questo punto la domanda da porsi è la seguente: come possono i musei lapidari restituire nuovamente una “voce” a queste testimonianze?
La mia ricerca di tesi magistrale intitolata “Strategie Espositive e Tecnologie Digitali per la Valorizzazione delle Collezioni Epigrafiche. Il Caso del Museo Lapidario Maffeiano di Verona” cerca di trovare una risposta a questa domanda per far si che i musei lapidari, in primis il Maffeiano, possano trasformarsi da silenziosi archivi di pietra in spazi narrativi capaci di raccontare le proprie collezioni epigrafiche.
La scrittura su pietra come dispositivo di comunicazione più antico svolgeva una doppia funzione: lasciare un messaggio ai vivi e sfidare il tempo. Perciò le epigrafi, esempi di “scrittura esposta”1, sono caratterizzate da una straordinaria densità simbolica che si lega intrinsecamente al contesto sociale, culturale ed economico di un popolo. Questa complessità, che caratterizza il reperto epigrafico, lo rende difficile da valorizzare, ancor più se si trova in un contesto espositivo tradizionale, come nel caso del Museo Maffeiano.
Il Maffeiano, nel suo allestimento del 1982 curato da Arrigo Rudi e Lanfranco Franzoni, brilla per pulizia estetica e per una sobria illuminotecnica di ispirazione scarpiana, ma soffre l’assenza di apparati didattici (come si vede in Fig. 2 e Fig. 3). Una scelta espositiva che, concentrandosi esclusivamente sugli aspetti archivistici e conservativi, taglia fuori chi non possiede competenze specialistiche. Così, senza coordinate concettuali a fare da bussola, il visitatore di oggi sperimenta una visita frammentaria, incapace di penetrare il senso profondo di ciò che ha di fronte.
Eppure, dietro ogni incisione si nasconde un microcosmo umano capace di toccare corde profonde, come lo dimostra la stele funeraria di Gaio Silio Batillo. Un reperto che è stato capace di commuovere persino Johann Wolfgang von Goethe durante il suo viaggio a Verona.


Questo schema trova un parallelo emblematico nella Galleria Lapidaria dei Musei Vaticani dove, l’assetto ottocentesco che prevede una muratura serrata delle iscrizioni sulle pareti, finisce per renderle inaccessibili persino allo sguardo (Fig.4).

FOTO © GOVERNATORATO SCV – DIREZIONE DEI MUSEI
Concepire le iscrizioni come scrigni in cui è conservata una memoria vivente, è il primo passo per supportare un’evoluzione curatoriale. Il Museo della Comunicazione Scritta dei Romani alle Terme di Diocleziano (Museo Nazionale Romano) ha già applicato questo paradigma e, con la riorganizzazione del 2013, ha scelto di esporre in un percorso tematizzato l’immenso corpus di iscrizioni latine trattandole come testimonianze primarie per comprendere la complessa e stratificata società romana.
Al di la’ del suo valore documentale, l’epigrafe conserva storie di antichi uomini e donne che possono sembrarci familiari e, quindi, a cui possiamo avvicinarci emotivamente.
Il modello di Museo-narrativo che espongo nella mia ricerca, si basa sull’immaginare lo spazio museale come un ambiente narrativo che, attraverso un’accurata drammaturgia, riesca a coinvolgere non solo intellettualmente, ma anche emotivamente il visitatore permettendo di comprendere, apprendere e empatizzare con il contenuto del reperto epigrafico. Attraverso un’organizzazione spaziale evocativa, strumenti informativi stratificati e l’uso di dispositivi digitali applicabili alla didattica è possibile ricontestualizzare l’oggetto culturale che, come disse Pomian è, per definizione, un “semioforo”, cioè un frammento di senso sradicato dal suo contesto originario2.
In questo senso la mia ricerca indaga iniziative consolidate e sperimentali adottate da alcuni musei per le loro collezioni epigrafiche. Lo studio spazia dal caso studio di programmazione di un ambiente immersivo, come l’ambizioso progetto della Galleria Lapidaria dei Musei Capitolini3 a iniziative sperimentali che hanno previsto l’intreccio di tecniche di storytelling con nuove tecnologie, come il videomapping per il progetto di storytelling della stele di Auvele Feluske4, oppure il progetto europeo xFORMAL5 che ha permesso di sviluppare un’applicazione digitale per garantire un’esperienza phidigital.
Tuttavia, dare voce alla pietra non richiede necessariamente allestimenti complessi o budget elevati. Progetti di Digital storytelling come “Pronuncia il mio nome. Le voci e le storie di dodici antichi
abitanti di Reggio Emilia” adottato per il Portico dei Marmi al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, ha saputo rievocare le storie impresse nella pietra attraverso l’interpretazione di attori reali. In questo modo, le antiche epigrafi cessano di essere semplici reperti e tornano a dialogare con chi le guarda, accorciando le distanze dei millenni.
L’integrazione delle tecnologie digitali nel campo della museologia trova oggi un ulteriore campo di sperimentazione nell’Intelligenza Artificiale. Nella tesi viene proposta come uno strumento utile per la sua duplice funzione: l’arricchimento dell’esperienza di visita e la conservazione scientifica.
All’interno del museo, l’IA può superare i tradizionali e rigidi chatbot. Attraverso architetture RAG (Retrieval-Augmented Generation) basate esclusivamente sui database validati dal comitato scientifico del museo, è possibile creare Persona AI con cui il visitatore può interfacciarsi.
Immaginiamo di poter interrogare direttamente l’alter ego digitale di Scipione Maffei sulle sue scoperte, o di puntare la fotocamera del nostro smartphone su una stele affinché i sistemi di Computer Vision ne riconoscano i dettagli, offrendo descrizioni audio in tempo reale, una funzione che renderebbe peraltro il museo pienamente accessibile agli utenti ipovedenti.
Ma è nel “dietro le quinte” che l’Intelligenza Artificiale promette i risultati più sbalorditivi. Progetti internazionali portati avanti da Google DeepMind hanno recentemente dato vita a reti neurali generative multimodali come Ithaca e Aeneas.6 Questi modelli non si limitano ad analizzare il testo, ma valutano i dati visivi, la forma dei solchi e persino la tipologia di pietra (come il caratteristico marmo rosso veronese). Il risultato è una capacità senza precedenti di ripristinare le lacune di iscrizioni frammentate, con un’accuratezza che supera il 70% anche nell’individuazione della datazione e dell’origine geografica del reperto.
Applicare queste reti neurali, combinate a software di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) addestrati specificamente per l’epigrafia e ad algoritmi di analisi semantica (NER), permetterebbe di automatizzare le complesse operazioni di trascrizione dei testi abrasi. Il traguardo finale di questa operazione sarebbe la creazione di un vero e proprio Digital Twin (gemello digitale) del Museo Maffeiano: un database open source ad alta risoluzione, interconnesso con grandi archivi globali come EAGLE (Electronic Archive of Greek and Latin Epigraphy).
Rigore filologico e mediazione narrativa non sono obiettivi contrapposti. Ripensare gli apparati comunicativi del Lapidario Maffeiano attraverso gli strumenti contemporanei, significa, in fondo, rinnovare la visione originaria di Scipione Maffei restituendo alla città un bene comune che finalmente possa essere compreso, oltre che custodito.
1 Per il paleografo Armando Petrucci “qualsiasi tipo di scrittura concepita per essere usata in spazi aperti, o anche in spazi chiusi, per permettere una lettura plurima (di gruppo, di massa) e a distanza di un testo scritto su di una superficie esposta” A. Petrucci (1996). La scrittura. Ideologia e rappresentazione, Torino: Einaudi, p. 20.
2 K. Pomian, op. cit, p.38
3D. Velestino (2009), “La nuova Galleria Lapidaria dei Musei Capitolini: leggere e comprendere un testo epigrafico”, in Sylloge Epigraphica Barcinonensis (SEBarc), VII, Barcelona: Universitat de Barcelon
4 Epigrafe conservata al Museo Civico Archeologico Isidoro Falchi (MuVet) di Vetulonia (Toscana). Lecci N., Vezzi A. (2022), “Raccontare i reperti archeologici: un video olografico per la stele di “Auvele Feluske’’” [Online],, in Atti del 43° Convegno Internazionale dei Docenti delle Discipline della Rappresentazione Congresso della Unione Italiana per il Disegno. Disponibile all’indirizzo: https://library.oapen.org/bitstream/id/3d56ca26-2452-4dd9-95be-dbc491743bb5/1628-1643_Lecci- Vezzi.pdf.
5 Acronimo che sta per Informal and non-formal E-learning for Cultural Heritage. “Informal and non-formal e-learning for cultural heritage. xFORMAL”. Disponibile all’indirizzo: https://xformal.eu.
6 The Aeneas Team (2025) “Aeneas transforms how historians connect the past” [Online], in Google DeepMind. Disponibile su: https://deepmind.google/blog/aeneas-transforms-how-historians-connect-the-past/; The Ithaca Team (2022) “Predicting the past with Ithaca” [Online], in Google DeepMind Disponibile su: https://deepmind.google/blog/predicting-the-past-with-ithaca/